Sabato, 23 Ottobre 2021
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SPECIALE DI FINE ANNO

Lo sport più difficile: quello da fermi

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Crisi, campionati ed eventi sospesi e alcune tragiche, enormi perdite. Ma la Juve e Hamilton si confermano, l'Italia brilla con gli azzurri di Mancini e la Brignone

C’era una volta un genio che con la palla incollata al piede incantava i calciofili di tutto il pianeta. Erano pressappoco gli anni in cui un ragazzo dal fisico gracile ma con lo spietato fiuto del gol faceva piangere il Brasile regalandoci un Mondiale da urlo. C’era una volta anche un gigante del basket, in adolescenza passato anche da Reggio Calabria, che avrebbe dominato i parquet a stelle e strisce vincendo due ori olimpici e cinque titoli Nba. Sulla malinconica copertina sportiva del 2020 tre autentiche leggende salite in cielo troppo presto. Gli addii di Diego Maradona, Paolo Rossi e Kobe Bryant segnano terribilmente 12 mesi nefasti per il mondo dello sport. L’effetto Covid ha rappresentato una mazzata per un’industria che continua a contare danni miliardari incalcolabili. Come un albero rimasto in piedi dopo il passaggio di un uragano, lo sport ha provato a reggere l’urto della pandemia, uscendone però con le ossa rotte. Un movimento totalmente impoverito, non solo sotto l’aspetto prettamente economico. L’assenza di pubblico ha privato gli eventi del calore e del colore che solo uno stadio gremito sa regalare, oltre a non garantire ai club l’ossigeno per i propri bilanci. E l’assenza di introiti e ricavi è stata il colpo di grazia per chi ha dovuto repentinamente rivedere i programmi e investimenti fino a riporre nel solito cassetto le ambizioni. I botteghini chiusi, il marketing in picchiata, il calo vertiginoso degli sponsor e gli ingaggi rivisti verso il basso hanno messo con le spalle al muro le società, dalla più ricca alla meno agiata.
Sono saltati alcuni grandi eventi (Wimbledon su tutti), altri rinviati di un anno (l’Olimpiade di Tokyo e gli Europei di calcio), tutti gli altri disputati per salvare il salvabile e non rinunciare ai milioni dei diritti tv. Un crollo totale che ha dato inizio a una crisi economica senza precedenti.

Disastro economico

Dodici mesi di disastro economico e dolorosi addii. Il 2020 condizionato dal coronavirus ci ha tolto campioni che hanno scritto meravigliose pagine di sport. Diego Armando Maradona se n’è andato a sessant’anni dopo aver vissuto... due vite: una sul campo a meravigliare, l’altra totalmente sregolata al di fuori. Maradona è stato per tre lustri l’inarrivabile Dio del pallone, l’uomo capace di trasformare su un rettangolo verde l’impossibile in possibile, il fuoriclasse amico del popolo, il migliore della storia con l’amico-rivale Pelè, il “diez” nato in favela che scalando il mondo ha unito bandiere e generazioni attraverso gol e magie che resteranno scolpite nella mente di ogni appassionato. Negli anni Ottanta, Diego è stato il simbolo di riscatto di Napoli e un po’ di tutto il Sud contro il potente Settentrione, un campione speciale dal cuore grande così capace anche di autodistruggersi e di finire ingloriosamente nel tunnel della droga. Un fuoriclasse amato e capace di stregare con le sue magie e il suo modo di essere. Un campione sopra le righe e senza peli sulla lingua: ha attaccato a petto in fuori il potere italico e la Fifa come solo i veri leader coraggiosi sanno fare. Non è un caso che uno dei suoi migliori amici fosse Fidel Castro: si ispirava al rivoluzionario cubano, ma la sua idea di rivoluzione planetaria del football fu sempre osteggiata dal Palazzo, Blatter in primis. E non è neanche casuale che Castro sia morto 4 anni esatti prima di Diego in un 25 novembre che, evidentemente, accomuna l’ultimo giorni dei grandi ribelli: Fidel, Diego e un certo George Best, star del Manchester United che trascorse la sua vita fuori dal campo tra eccessi, donne e alcol.

Adios Pablito

Ma quella di Maradona non è stata la sola celebre scomparsa in un anno disgraziato a ogni latitudine. Paolo Rossi, un’icona azzurra, un’altra leggenda del calcio, il campione della porta accanto, ci ha lasciato solo qualche settimana fa. Il simbolo di Spagna ’82, l’uomo del riscatto italico, ha seguito il Pibe sulle orme dell’immortalità. Con la maglia numero 20 sulle spalle si caricò l’Italia sulle spalle, stese con tre gol il Brasile fino a portarla sul tetto del mondo contro tutto e tutti, firmando l’impresa delle imprese. Lo sport è spesso metafora della vita: un saliscendi che Paolorossi, tutto d’un fiato come lo si è sempre chiamato, ha interpretato al meglio, dando un calcio a i momenti difficili e soprattutto ai sospetti del calcioscommesse con i gol – sei! – e un titolo iridato che ha le sembianze del suo volto furbo e sorridente. Un fuoriclasse semplice amato da tutti, anche dagli avversari che con la sua abilità amava beffare negli angusti spazi dell’area di rigore.

Gli illustri addii

Ma il calcio negli ultimi mesi ha perso altri grandi personaggi: se n’è andato Gigi Simoni, il “papà” di Ronaldo all’Inter e il mister-simbolo della lotta allo strapotere juventino a fine anni Novanta; sono passati a miglior vita Mario Corso, Pierino Prati e il catanese Pietruzzo Anastasi, autentici fuoriclasse di un pallone romantico che non c’è più, e anche Gianni Mura, giornalista e scrittore che lo sport lo ha narrato con uno stile inconfondibile.
Ma è stato soprattutto l’anno del prematuro addio di una grande icona del basket mondiale: Kobe Bryant. Il suo sorriso brillerà tra le stelle, proprio lui che una stella della palla a spicchi lo è stata sui parquet dell’Nba. A tal punto da spingere un certo Michael Jordan a sbilanciarsi sul suo successore: «Ho lasciato l’Nba in buone mani, ma se dovessi scegliere il giocatore più forte del pianeta, non avrei dubbi: direi Kobe Bryant, senza alcuna esitazione». Un passaggio di testimone che non ha mai montato la testa di un fuoriclasse sul campo e nella vita. Un maledetto trasferimento in elicottero si è trasformato nell’ultimo viaggio per il campione che i primi canestri li realizzò a Reggio Calabria sotto l’ala di papà Joe, stella della Viola, a metà anni Ottanta, prima di diventare uomo prima e stella Nba dopo.

Lo sport (non) giocato

E lo sport giocato? Nel calcio, la Juve di Sarri (poi cacciato!) ha infilato il nono tricolore di fila, Conte ha chiuso il suo primo anno all’Inter a un punto dallo scudetto e con un… argento in Europa League, l’anomala Champions è andata a quegli ingordi del Bayern Monaco, l’Italia di Mancini si è assicurata un posto nella Final Four di Nations League, Lewis Hamilton per la settima volta si è laureato re della Formula 1 eguagliando il grande Michael Schumacher, la MotoGp ha invece scoperto Miur, nel tennis Djokovic, Nadal, Thiem e Medvedev si sono divisi Slam e Atp Finals nell’anno in cui l’Italia ha presentato al mondo l’astro nascente Sinner. Senza dimenticare la Coppa del Mondo assoluta vinta da Federica Brignone nello sci e l’oro a cronometro portato a casa da Filippo Ganna in un ciclismo in cui sono saltati schemi e previsioni: il Giro è andato al britannico Hart, il Tour allo sloveno Pogacar. Nell’assurda stagione del Covid c’è stato spazio anche per le sorprese.

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