Giovedì, 28 Ottobre 2021
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LA STORIA

L'omicidio del giudice Scopelliti e le confessioni del pentito Maurizio Avola

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Un omicidio eccellente, uno dei pochi messi a segno in Calabria. Un delitto compiuto sull'asse Palermo, Catania, Messina, Villa San Giovanni
Maurizio Avola, Nino Scopelliti, Sicilia, Cronaca
Nino Scopelliti (magistrato)

Un omicidio “eccellente”, uno dei pochi messi a segno in Calabria. Compiuto lungo l’asse Palermo, Catania, Messina, Villa San Giovanni. La vittima? Un magistrato di Cassazione.

La notte del 9 agosto 1991 e l'uccisione di Nino Scopelliti

E’ la notte del 9 agosto del 1991: Giovanni Falcone, direttore generale degli Affari Penali di via Arenula, si reca sul luogo dell’agguato teso al sostituto procuratore generale della Cassazione, Nino Scopelliti, a Campo Piale, vicino Villa San Giovanni. Il giudice palermitano capisce subito quello che sta accadendo. Al ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, dice nell’immediatezza: «questa non è una questione calabrese. Qui c’entra Cosa nostra e c’entra il maxiprocesso». Ha ragione, ancora una volta il suo proverbiale intuito non lo tradisce. Nessuno, però, tranne il Guardasigilli, sembra dargli retta. Scopelliti, come scopriranno gli investigatori dell’epoca, aveva già in casa i faldoni del maxiprocesso di Palermo. Sebbene non fosse stato ancora ufficialmente destinato alla trattazione del delicatissimo procedimento, il togato calabrese sapeva che avrebbe dovuto sostenete l’accusa contro i corleonesi davanti alla Corte di legittimità. La sua designazione, peraltro, era particolarmente gradita da Falcone.

Il killer catanese

Maurizio Avola, sicario reo confesso di 80 omicidi eseguiti per conto della cosca Santapaola-Ercolano di Catania, ha prima rivelato ai pubblici ministeri della Dda di Reggio Calabria e poi raccontato al giornalista Michele Santoro nel libro “Nient’altro che la verità” d’aver partecipato all’agguato teso al giudice Scopelliti. Il pentito coinvolge nella vicenda delittuosa l’imprendibile “primula” di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro, oltre a suoi compagni di cosca e svela che il “commando” di cui avrebbe fatto parte ebbe come base logistica Messina dove da tempo si era trasferito il fratello di Nitto Santapaola, Natale. Avola indica pure l’arma utilizzata – un fucile da caccia – che ha fatto lo scorso anno ritrovare. Una volta sbarcati in Calabria Matteo Messina Denaro, accompagnato da Eugenio Galea, esponente della “famiglia” catanese, avrebbe incontrato, secondo Avola, un misterioso informatore che gli avrebbe offerto indicazioni precise sugli spostamenti del giudice Scopelliti. Da qui lo sviluppo dell’azione omicida.  <Io sono alla guida della moto> racconta Maurizio Avola <e con un auricolare sono collegato con Marcello D’Agata, che ci segue in macchina a distanza>. D’Agata è un altro pezzo da novanta di Cosa nostra catanese. Avola che ha  con sé in sella alla moto Enzo Santapaola, figlio di Nitto, armato di fucile, si lascia sorpassare dalla Bmw condotta da Scopelliti che, dopo la giornata trascorsa in riva al mare, sta tornando a casa. <Durante la manovra sto ben attento a non superare> precisa Avola <e nello specchietto il dottore Scopelliti incrocia il mio sguardo. E’ un attimo: Enzo Santapaola punta il fucile e spara due volte, poi scarrella e spara ancora. Vedo la testa che si abbatte sul volante; l’auto ha una improvvisa accelerazione e finisce fuori strada>. A seguire tutte le fasi dell’attentato mortale c’è pure Aldo Ercolano, nipote prediletto di Santapaola. Il gruppo, messa a segno la missione omicida, riattraversa lo Stretto e torna in Sicilia.

I calabresi estranei

Maurizio Avola, contrariamente a quanto affermato da una schiera di pentiti siciliani e calabresi,  esclude il coinvolgimento di esponenti della ‘ndrangheta nel delitto e ne addebita l’intera fase organizzativa ed esecutiva ai catanesi. <Non era il nostro territorio e lo abbiamo fatto lo stesso, eravamo imbattibili, nessuno ci poteva fermare>. Precisa, inoltre, che l’ordine di ammazzare il magistrato giunse da Totò Riina a seguito di una riunione svoltasi a Castelvetrano nell’estate del 1991. Racconta il pentito: <Aldo Ercolano disse che “Falcone al ministero  pensa solo a Cosa Nostra, il maxiprocesso deve finire come dice lui. Si sta scegliendo i giudici in Cassazione e lo spinge lui sto Scopelliti. Noi ci dobbiamo mettere la parola fine a ‘sta storia”>. E poi, ancora sulle ragioni del delitto Scopelliti, Ercolano avrebbe detto: <Così mandiamo un segnale a Falcone, che solo lui può capire veramente di che si tratta. Forse l’hanno già avvisato e il segnale gli arriverà di sicuro. Se fa marcia indietro bene, se non capisce peggio per lui>.

La moto, il fucile e la perizia balistica

Il superkiller catanese confessa ancora, prima ai pubblici ministeri di Reggio e poi nel libro scritto da Santoro: <La moto usata per l’omicidio dovevo portarla a Messina e lasciala lì. Invece tiro dritto fino a Fiumefreddo, dove la mia famiglia stava continuando la vacanza estiva. Il fucile lo sotterro nella campagna di mio padre, nel posto dove l’ho fatto ritrovare. La moto l’ho lasciata per strada e l’hanno rubata subito>.

L’arma viene in effetti recuperata dagli inquirenti. I magistrati di Reggio che due anni fa hanno riaperto il caso dopo l’assoluzione definitiva incassata dalla “cupola” di Cosa nostra negli anni 90, dispongono una perizia balistica comparativa sul fucile. L’esito, tuttavia, non sarà quello sperato. L’arma è troppo vecchia e usurata per consentire qualsiasi tipo di verifica. Dalla relazione del perito emerge che non è stata rilevata alcuna traccia biologica né sul fucile né sulle borse esaminate per estrapolare profili genetici (Dna) che possano essere utili alle nuove indagini. Ma dalla perizia emerge anche un altro dato che non aiuta per nulla la ricostruzione dei fatti raccontati dal pentito catanese: le cartucce fatte ritrovare da lui sono state analizzate e comparate dagli esperti della Polizia scientifica con quelle che furono trovate nell’esame autoptico sul cadavere e sugli indumenti del sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione e sono risultate «completamente difformi».

La stagione delle stragi

Facciamo un passo indietro. Torniamo al 1992.  I corleonesi, nonostante il preciso messaggio di morte lanciato con l’omicidio Scopelliti, comprendono che nella Città Eterna gli “amici degli amici” continuano a rimanere sordi. Martelli, sollecitato da Falcone, ottiene la rotazione dei giudici e  delle sezioni delegati in Cassazione alla trattazione dei processi di mafia. Corrado Carnevale, il cosiddetto “ammazasentenze”, è fuori gioco. Il Maxiprocesso di Palermo viene discusso dai giudici di legittimità e la sentenza  confermata il 30 gennaio 1992 e, con essa, il cosiddetto “teorema Buscetta”. È la fine: gli ergastoli passano in giudicato come decine e decine di altre pene. I corleonesi perdono la faccia e si sentono traditi dai vecchi protettori politico-istituzionali. E passano alla strategia terroristico-mafiosa. Verrà, così, il tempo delle bombe.

Cosa Nostra contro tutti come Escobar in Colombia

Cosa Nostra, dopo il passaggio in giudicato della sentenza, si lancerà in un’avventura stragista simile a quella attuata in Colombia da Pablo Escobar contro il governo che voleva consegnarlo agli Stati Uniti.

E, contestualmente, spedirà sottoterra l’eurodeputato Salvo Lima, capo della corrente di Giulio Andreotti in Sicilia e “garante” della mafia nei rapporti con le Istituzioni e, con lui, l’esattore Ignazio Salvo. Saranno quindi assassinati i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, infine, i corleonesi tenteranno di gettare il Paese nel caos con attentati dinamitardi compiuti a Roma, Milano e Firenze. «Facciamo la guerra» dirà Totò Riina ai suoi sodali «per fare la pace».

L'accordo con i calabresi

Cosa nostra e ‘ndrangheta hanno un legame antico. Risalente ai tempi in cui Michele Navarra, padrino di Corleone, trascorreva il soggiorno obbligato a Gioiosa Ionica e Antonino Salomone passava da Africo prima di tornare in Sicilia dal Nord Italia. Un legame consacrato dal “comparaggio” di Mico Tripodo con Totò Riina e dal rapporto stretto da Paolo De Stefano prima con il palermitano Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia” e, poi, con il catanese Nitto Santapola, “Zu Nittu”.

I “cugini” della ’ndrangheta verranno avvisati e coinvolti nel progetto stragista ideato da “Totò u curtu” e dai corleonesi. Una parte degli ‘ndranghetisti convocati in un summit a Nicotera rifiuterà di partecipare allo stragismo, un’altra parte, riservatamente, ne sarà invece protagonista attraverso tre attentati compiuti tra il 93 e il 94 contro i carabinieri. Uno degli attentati costerà la vita, sull’autostrada Sa-Rc a due militari di Palmi. Sul possibile coinvolgimento dei calabresi nello “stragismo” si è concluso lo scorso anno un processo a Reggio, istruito dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, contro il siciliano Giusepe Graviano, boss di Brancaccio e Rocco Santo Filippone, di Melicucco, esponente della ‘ndrangheta. Al termine del dibattimento di primo grado sono stati entrambi condannati all’ergastolo. Fino alla conclusione della vicenda giudiziaria dovremo però considerare il loro coinvolgimento nelle azioni compiute in Calabria come “presunto”. È stato tuttavia Gaspare Spatuzza, uomo di fiducia dei fratelli Graviano di Brancaccio a mettere gli inquirenti calabresi su questa pista. Spatuzza, detto “u tignusu”, racconterà ai magistrati prima siciliani e poi calabresi che, quando nel 1994 vennero uccisi due carabinieri sull’autostrada Sa-Rc e altri due furono gravemente feriti alla periferia di Reggio, Giuseppe Graviano si lasciò scappare che «dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si erano mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri...». Cosa nostra avrebbe voluto assassinare decine di militari impegnati nei servizi di ordine pubblico nello stadio olimpico di Roma in occasione di una partita di calcio. Era il gennaio del 1994: il furgone imbottito di esplosivo venne posizionato, ma il congegno elettronico d’innesco fece, per fortuna, cilecca.

Le nuove indagini sul delitto Scopelliti

La Dda di Reggio ha iscritto nel registro degli indagati 18 boss ritenuti i mandanti dell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti. Sette sono siciliani: l’inafferrabile trapanese Matteo Messina Denaro, i catanesi Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola. Poi, undici reggini: Giuseppe Piromalli, Giovanni e Pasquale Tegano, Antonino Pesce, Giorgio e Giuseppe De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti. La magistratura inquirente calabrese sembra  non escludere la complicità nel delitto Scopelliti di frange della ‘ndrangheta calabrese. I nomi degli indagati sono diventati pubblici al momento del conferimento della consulenza balistica disposta sul fucile fatto ritrovare da Maurizio Avola in Sicilia. Tutti gli indagati, tranne il pentito Avola, si protestano innocenti. La cosa singolare è che il superkiller catanese continua a ripetere che ad agire furono solo i catanesi mentre le dichiarazioni di tanti altri collaboratori di giustizia sia calabresi che isolani depongono in senso contrario. Una trentina di ex boss e picciotti dell’una e dell’altra sponda dello Stretto hanno riferito, negli ultimi vent’anni, di un accordo tra mafiosi e ‘ndranghetisti sancito per compiere il delitto Scopelliti. Qual è la verità?

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