Sabato, 26 Novembre 2022
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IL CASO

"Stuprò una ragazza a Milano", chiesta l'estradizione per l'ex calciatore Robinho

E’ molto probabile che non verranno mai consegnati, perché la Costituzione brasiliana non consente l’estradizione di propri cittadini per questo genere di reati commessi all’estero.
Sicilia, Cronaca
Robinho

Il passo ufficiale, di forma e di sostanza, l’Italia l’ha fatto, inoltrando la richiesta di estradizione, e ora si attende la risposta del Brasile, che quasi certamente sarà negativa. Il condannato, di cui il Ministero della Giustizia ha chiesto l’arresto e la consegna, è Robson de Souza Santos, o più semplicemente l’ex calciatore di talento Robinho, per il quale la Cassazione mesi fa ha confermato i 9 anni di reclusione da scontare per una violenza sessuale di gruppo commessa quasi dieci anni fa a Milano, quando giocava nel club rossonero. La ministra Marta Cartabia a fine settembre ha trasmesso la richiesta di estradizione alle autorità brasiliane. E dell’invio di quell'istanza per l’ex fantasista del Milan, ma anche per un suo co-imputato, è stato informato ieri dal Ministero l’Ufficio esecuzione della Procura di Milano. A metà febbraio scorso, dopo la condanna definitiva del 19 gennaio a carico di Robinho e dell’amico Ricardo Falco, era stata la pm milanese Adriana Blasco a firmare e spedire in via Arenula la richiesta di estradizione e il mandato d’arresto internazionale per i due, che vivono in Brasile, sempre contumaci nel processo.

In questi mesi ci sono stati, poi, contatti tra le autorità dei due Paesi ed è possibile che il Brasile, su precisa istanza, abbia indicato formalmente dove si trovano l’ex milanista e l’amico. E a quel punto l’Italia ha trasmesso gli atti del mandato d’arresto (non eseguito allo stato) con la richiesta di estradare i due verso l’Italia. E’ molto probabile che non verranno mai consegnati, perché la Costituzione brasiliana non consente l’estradizione di propri cittadini per questo genere di reati commessi all’estero. Se venissero rintracciati in un altro Paese, però, potrebbero essere arrestati. La Suprema Corte aveva reso definitivi quei 9 anni decisi dal Tribunale milanese, a seguito dell’inchiesta del pm Stefano Ammendola, e confermati dalla Corte d’Appello nel dicembre 2020. Per l’ex attaccante, quattro stagioni in rossonero tra il 2010 e il 2014 giocando a fianco di Pato e Ibrahimovic, e per l’amico non erano state mai emesse misure cautelari, mentre altri uomini, che avrebbero preso parte alle violenze, non erano stati trovati. Secondo le indagini, l’ex stella brasiliana, la notte del 22 gennaio del 2013, avrebbe fatto bere una 23enne di origine albanese fino al punto da renderla incosciente e lui e gli altri l'avrebbero violentata a turno, senza che lei potesse opporsi, in un guardaroba di un locale della movida milanese, dove la giovane si era recata per festeggiare il compleanno. Il sostituto pg Cuno Tarfusser in secondo grado aveva chiesto e ottenuto la conferma delle condanne. E i giudici avevano stabilito pure che i due imputati dovessero versare 60 mila euro di risarcimento alla vittima, parte civile col legale Jacopo Gnocchi. Nelle motivazioni della sentenza la Corte ha scritto che l’ex punta e i «complici» (quattro gli irreperibili) hanno manifestato «particolare disprezzo» nei confronti «della vittima che è stata brutalmente umiliata».

Tra l’altro, il Santos, squadra carioca per la quale il calciatore era tornato a giocare dopo esperienze anche col Manchester City e in Turchia, aveva deciso di sospendere il contratto a Robinho dopo la pubblicazione sui media brasiliani di intercettazioni del processo che già da tempo si era chiuso in primo grado nel capoluogo lombardo. Procedimento in cui Robinho, attraverso il legale Franco Moretti, ha sempre proclamato la sua «innocenza».

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