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La siccità? C’entra poco o nulla. L'emergenza idrica in Sicilia sta tutta negli sprechi

Ci sono state stagioni torride forse ancor più dell’attuale - commenta l’esperto palermitano, l’ing. Roberto Di Maria - il problema dell'Isola è nella gestione sbagliata di dighe e invasi, nei progetti non realizzati da decenni

La crisi idrica in Sicilia è diventato il leitmotiv di questa estate: non si parla d’altro, sui giornali o nelle Tv, a livello locale o nazionale. Una situazione dipinta a tinte fosche che viene generalmente imputata al clima, irrimediabilmente compromesso dal riscaldamento globale, che ci regala sempre meno piogge. Un allarme che, più passa il tempo, più suscita perplessità in chi scrive... Conoscendo il modo in cui viene gestita, da decenni, la risorsa idrica, non si può sentire dire che “in Sicilia non c’è una goccia d’acqua” senza avere un sussulto. Perché si tratta di un’affermazione semplicemente falsa, oltre che offensiva per l’intelligenza, almeno di chi ha studiato tecnicamente il problema. Proviamo ad affrontarlo in termini meno demagogici ed apocalittici.

I numeri impietosi

Va subito detto, con assoluta chiarezza, che la crisi idrica che stiamo vivendo parte da lontano: non è un caso che già nel marzo del 2024 venne lanciato l’allarme dal ministro della Protezione civile Nello Musumeci: si stimavano allora 158 milioni di metri cubi di acqua disponibili a fronte dei 317 necessari per evitare rischi. Un allarme, quindi, legato, non alla previsione di un’estate torrida impossibile da fare allora, ma al fatto che a fronte di risorse comunque cospicue, anche un andamento normale delle precipitazioni avrebbe comportato disagi per la popolazione e le attività produttive. Ma, occorre precisare, chi lanciò quell’allarme rammentò che su tutto il territorio siciliano ci sono appena 7 dighe collaudate negli ultimi 50 anni su 25. Non è un dato di poco conto... In sintesi, come si legge nel Piano regionale per la lotta alla siccità, edito dall’Autorità di Bacino del Distretto idrografico della Sicilia, sui 46 invasi siciliani, soltanto 20 sono regolarmente collaudati ed utilizzabili a tutti gli effetti. Questo il quadro riassuntivo riportato nel Piano: 3 sono incompleti; 2 sono fuori esercizio temporaneo con invasi svuotati; 20 sono collaudati e in esercizio normale con disponibilità della risorsa idrica sino alla quota massima di progetto; 8 sono collaudati ma con limitazioni d’invaso; 13 sono in corso d’invaso sperimentale propedeutici al collaudo dell’esercizio normale. Fra gli invasi non collaudati troviamo l’invaso Rosamarina, tra i più capienti della Sicilia, con i suoi 100 milioni di metri cubi; peccato che sia autorizzato a contenerne soltanto 61,93 essendo classificato come “invaso sperimentale” anche se contribuisce, e non poco, all’approvvigionamento idrico della città di Palermo. Città servita anche dallo Scanzano, anch’esso privo di collaudo, che su 18 milioni di metri cubi può invasarne soltanto 8. Che il lago Trinità, nei pressi di Castelvetrano, anch’esso in attesa di collaudo dal 1959 (anno in cui fu realizzato lo sbarramento), venga regolarmente svuotato davanti agli occhi di agricoltori attoniti, è stato persino raccontato dalle distratte cronache giornalistiche. Tre esempi delle ventuno “limitazioni” in altrettante dighe siciliane, a cui vanno aggiunti i tre sbarramenti in costruzione da decenni ed ancora lontane dall’essere ultimate, che quindi non invasano alcunché: tra queste le famigerate Blufi e Pietrarossa. Il risultato, di cui andare poco fieri, è che su una capienza totale di 1.129 milioni di mc. previsti negli invasi siciliani, se ne possono invasare soltanto 725: poco più del 64%. Quindi, anche se piovesse, avremmo a disposizione meno dei due terzi delle riserve idriche previste per la Sicilia in tempi in cui di acqua se ne consumava molto meno. Ragionando in maniera inversa, la ridotta capienza del sistema siciliano degli invasi ci costringe a buttare a mare le risorse idriche che oggi ci manterrebbero al sicuro da qualsiasi emergenza.

La grande balla

Non c’è acqua perché non piove da mesi? È una frottola. Già questo fa comprendere che la vera causa dell’attuale crisi idrica non è la scarsa piovosità, la quale, peraltro, non sorprende a queste latitudini. I numeri parlano chiaro e, soprattutto, non fanno politica. Il 2023, che uno dei meno piovosi degli ultimi venti anni, ha visto cadere 588 mm di pioggia sui 25.711 kmq dell’isola che equivalgono complessivamente a circa 15,2 miliardi di mc d’acqua. Una dotazione 11 volte superiore alle necessità dell’isola, stimata dalla Regione in 1,358 miliardi di mc. Anche considerando una quota pari alla metà di acqua che evapora o si infiltra nel terreno o finisce in mare con deflussi superficiali, ne resterebbe a disposizione una quantità tale da scongiurare qualsiasi emergenza per anni. Ciò è confermato, con riferimento all’anno in corso, da Mario Pagliaro chimico del Cnr, grande esperto in materia di clima e studioso delle infrastrutture idriche siciliane, intervistato qualche giorno fa da “Thehour.info”. Il tecnico ha dichiarato che nel mese di agosto le precipitazioni sono state particolarmente abbondanti, soprattutto nell’Ennese. Non erano mancate nemmeno a luglio, specie nel Messinese. Le dighe siciliane non sono a secco: se lo fossero, a Palermo non ci si potrebbe nemmeno lavare. L’acqua fluisce regolarmente verso Palermo dalla diga Rosamarina, così come da quella del Poma e di Piana degli Albanesi. Ottimo anche l’invasamento delle acque della diga sul Lago Arancio che, oltre a dare acqua ad una vasta parte della Valle del Belìce, invia addirittura l’acqua verso Trapani.
Eppure, nonostante ciò, si continua a dire che non piove da mesi e, quindi, non c’è acqua. Con emergenze che interessano intere province, come Caltanissetta e, soprattutto, Agrigento, dove ci sono centri abitati in cui l’acqua arriva ad intervalli di settimane. Il motivo è semplice, come spiega lo stesso Pagliaro: «Ad Agrigento occorre solo rifare da zero l’intera rete idrica urbana. Non solo perché ha perdite superiori al 50 per cento, ma perché in molti punti è così ammalorata da perdere l’intera acqua che vi entra». Quello della distribuzione è un capitolo che andrebbe affrontato a parte, se è vero, come è vero, che perdite similari si verificano un po’ ovunque in Sicilia. La Sicilia è la terza regione d’Italia per perdita d’acqua con il 52 per cento con punte del 58% nell’Agrigentino (che è la provincia con minor risorsa idrica dell’Isola). Vi sono altri paradossi e contraddizioni, nell’area più ricca di acqua, quella etnea, vi sono alcune zone dove la perdita idrica raggiunge il 75%. Non mancano affatto i casi in cui un guasto o una rottura metta in ginocchio anche le città più “fortunate”: tutti ricorderanno il caso di Messina, rimasta incredibilmente a secco 8 anni fa per una frana che aveva interrotto la condotta che, prelevando l’acqua nell’area di Fiumefreddo, nel catanese, riforniva la città dello Stretto. Per ripararla si dovette lavorare per settimane, con enormi disagi per gli abitanti di una città situata ai piedi di alte montagne e attraversata da decine di torrenti… Avrebbe proprio bisogno di prelevare il prezioso liquido a 70 km di distanza?

Le risorse idriche

Un interrogativo che aprirebbe il capitolo, sconfinato, dell’uso razionale delle risorse idriche, spesso assenti proprio laddove la natura non fa mancare sorgenti e corsi d’acqua, come avviene a Cesarò (Messina), alle pendici dei Nebrodi, in questi giorni: acqua razionata, pompata con grave dispendio di energia elettrica dalle parti di Maniace (Catania) a 9 km di distanza. Ma sorgenti a pochi metri dal paese, regolarmente alimentate, ma dalle quali è impossibile attingere perché non sono mai state realizzate le condutture previste e persino finanziate. Capita infatti, in Sicilia, di avere a disposizione invasi, opere di presa e sorgenti ma non gli acquedotti per potervi attingere l’acqua proveniente; oppure, come avviene per le dighe, di avere le tubazioni ma non poterle utilizzare perché non collaudate. Un altro capitolo infinito è quello degli usi irrigui, dove gli agricoltori che hanno avuto a che fare con i Consorzi di bonifica toccano quotidianamente con mano i malfunzionamenti di reti irrigue concepite negli anni ’50 del secolo scorso e mai manutenute.
Ma visto che le cause del problema sono note, e non dipendono da Giove pluvio, perché non si è pensato per tempo a riparare o collaudare gli acquedotti e le condutture di distribuzione, le opere di presa o a completare i lavori in corso per i nuovi invasi? Ce lo fa capire l’ing. Tuccio D’Urso, un funzionario regionale di primissimo ordine e rara esperienza, che ha seguito in prima persona il tema dello sfruttamento delle risorse idriche in Sicilia in una sua recente dichiarazione sui social: «Nel 1991 per incarico del presidente Nicolosi ho redatto la sintesi di tutti gli interventi nel settore idrico allora finanziati, realizzati, o in corso di realizzazione. Una massa di investimenti che, solo per elencarli, ho avuto bisogno di 47 pagine, la somma allora del denaro investito sommava a 7000 miliardi di lire, oggi non meno di 8 miliardi di euro, senza contare l’inflazione che ne moltiplicherebbe l’importo finale almeno per quattro. Incredibile constatare che quanto allora risultava in costruzione lo è tuttora, come la diga di Blufi, fondamentale per approvvigionare l’agrigentino e il nisseno. Altrettanto incredibile constatare che nessun intervento di rilievo è stato realizzato dopo il 2000 quando il sistema idropotabile della Sicilia è stato privatizzato». Non si riesce a realizzare o completare da decenni interventi essenziali, nonostante la presenza di risorse finanziarie che smaschera, ancora una volta, l’altra grande balla: “non ci sono i soldi”. L’unica spiegazione di questo immobilismo, che riguarda l’amministrazione pubblica ma, constatiamo, anche le aziende private, ovvero “partecipate” dalla stessa Regione, non può essere che essere la scarsa capacità gestionale e tecnica, a cui la politica non riesce a porre rimedio. O, per meglio dire, non ci prova neanche. Vogliamo ancora credere che il problema, in Sicilia, sia quello, peraltro contingente, delle scarse piogge?

Cosa fare?

L’emergenza che si è creata, e che va affrontata subito, soprattutto nelle aree più vulnerabili, non lascia altro spazio che a decisioni drastiche. È di qualche giorno fa l’invito, l’ennesimo, che il responsabile della Protezione civile regionale ha fatto ai sindaci affinché requisiscano i pozzi privati per rifornire con autobotti le utenze assetate. Facile a dirsi, ma non a farsi, soprattutto per i politici locali di oggi, tanto attenti a non scontentare mai nessuno, per non perdere preziosi voti. E siamo sicuri che chi si vede requisito un pozzo non può certamente essere contento, specie laddove l’acqua è un bene prezioso il cui controllo conta, e non poco. Non dobbiamo certo meravigliarci se questi inviti cadono regolarmente nel vuoto e se, con tutta probabilità, dovranno intervenire i Prefetti. Al di là dell’emergenza, per risolvere in via definitiva la “crisi idrica” permanente in Sicilia, come primo intervento a medio-lungo termine va previsto il totale rifacimento della rete acquedottistica siciliana... Occorre inoltre lavorare sugli invasi. Effettuare i collaudi non basta: è ovvio che, trattandosi di opere realizzate molti decenni fa, occorre prima riqualificarle, e non soltanto strutturalmente. La tecnologia mette a disposizione di questi impianti dispositivi atti a migliorare, e non poco, il monitoraggio della risorsa idrica e la razionalizzazione del suo utilizzo. Occorre inoltre completare le dighe Blufi, sulle Madonie e Pietrarossa, nel Calatino (dove i lavori sono stati recentemente avviati), essenziali per fornire risorse sufficienti alle città del Nisseno e dell’Agrigentino, nel primo caso, e alle campagne della Piana di Catania nel secondo. Più a portata di mano potrebbe essere, invece, provvedere al riutilizzo delle acque reflue prodotte dai depuratori ad usi irrigui, come raccomanda la Ue che da molti anni mette a disposizione le risorse per la realizzazione delle necessarie condutture. Risorse quasi sempre restituite al mittente per carenza di progettualità o, diciamolo pure, di attenzione al problema.

I dissalatori

Un cenno merita la tematica dei dissalatori. Alla Regione giurano che siano necessari, e lo stesso ing. D’Urso ne raccomanda la realizzazione, ma non tutti sono di questo avviso. Pagliaro, in tal senso, è drastico: «Non ha alcun senso tecnico od economico. I dissalatori ad osmosi inversa sono una preziosa tecnologia, che stiamo peraltro per innovare proprio al Cnr, con cui produrre acqua dolce in zone dalla bassissima piovosità come le isole meridionali della Sicilia (Pantelleria, Linosa e Lampedusa) o in aree desertiche o semidesertiche come sono molti Paesi del Vicino Oriente. La Sicilia è ricchissima di acque, e non ha alcun bisogno di dissalatori». Che i dissalatori siano antieconomici, lo sappiamo da tempo: altrimenti, sarebbero ancora in funzione a Porto Empedocle come a Trapani, dove invece sono stati fermati decenni fa proprio perché costavano troppo. Oggi potremmo anche aggiungere che non sono “sostenibili” nei confronti dell’ambiente, visto che devono essere alimentati da combustibili fossili. Realizzare nuovi impianti di dissalazione, come vogliono fare alla Regione, comunque, potrebbe essere soltanto un rimedio a lungo termine, dato che la realizzazione di questi impianti richiede anni, tra progettazione ed esecuzione dei lavori.

Commissariamenti

Infine, è opportuno che la gestione di questi interventi non venga lasciata al caso, né a Enti che spesso non hanno il personale neanche per celebrare le gare di appalto. Lo strumento del commissariamento, in tal senso, sarebbe la soluzione ottimale.

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2 Commenti

Fernando

20/08/2024 00:24

Finalmente qualcuno che dice la verità! Era ora!

alberto bonaccorso

20/08/2024 04:13

purtroppo è un problema di gestione che da "sempre" non permette alla Sicilia una congrua gestione dell'acqua. nei fatti i siciliani non hanno fatto altro che premiare amministratori incapaci e imbelli. il problema va risolto alla radice cambiando i nomi di questi soliti politicanti da strapazzo

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