Giovedì, 27 Gennaio 2022
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LE PRIME PROSE

Quei mostri letterari
di Stefano D'Arrigo

Sergio Palumbo
Se il poeta Salvatore Quasimodo amava mitizzare la propria biografia affermando di essere nato a Siracusa (e non a Modica) per far risaltare un po' ingenuamente il suo rapporto di discendenza diretta con l'antica classicità siculo-greca, Stefano D'Arrigo è lo scrittore che forse più di qualsiasi altro del Novecento ha lasciato che la parte giovanile della propria vita rimanesse nebulosa, quasi avvolta da mistero, ed è cosa di non poco conto perché include gli anni della formazione e del debutto letterario. Basta leggere la nota biobibliografica dell'Horcynus Orca, quella contenuta nell'Oscar Mondadori, per accorgersi quanto scarne e sfuggenti siano le informazioni fino al 1942, l'anno in cui lo scrittore (nato ad Alì Marina nel 1919) si laureò in lettere all'Università di Messina e incontrò Jutta, sua futura moglie. Dopo tale data, con il trasferimento a Roma dello scrittore e l'avvio di un'intesa attività giornalistica per varie testate, la biografia darrighiana assume regolarità cronologica e adeguati riferimenti alla vita e all'opera. 
All'inizio si apprende solo che suo padre lasciò la famiglia poco prima della sua nascita per emigrare negli Stati Uniti in cerca di fortuna, che trascorse l'infanzia tra Alì e Milazzo, dove si trasferì nel 1929 frequentando il liceo, e che durante la guerra, ancora studente, fu chiamato sotto le armi in Veneto per poi tornare in Sicilia. Finché lo scrittore fu in vita, nulla lasciava trapelare sul suo più remoto passato, e lo dico per testimonianza diretta avendo ereditato un'amicizia che lo legava dai tempi messinesi a mio padre. Poi, dopo la sua morte nel 1992, toccò a Jutta, gelosa custode delle memorie del marito, mantenere il riserbo sulla vita del giovane D'Arrigo come se lo scrittore avesse cominciato ad avere esistenza letteraria a partire dal secondo dopoguerra con le prime prove dell'Horcynus, romanzo dalla lunghissima e tormentata gestazione che pubblicò nel 1975 con Mondadori. Proprio quest'anno cade il ventennale della scomparsa di Stefano D'Arrigo, frattanto è morta anche la moglie Jutta, e le carte dello scrittore sono depositate al "Fondo Bonsanti" del Vieusseux a Firenze. Qui, negli ultimi tempi, sono state avviate ricerche sull'intera sua produzione anche giornalistica e di critica d'arte e sono stati portati avanti studi sulla base di materiali d'archivio inediti per una scrupolosa ricostruzione filologica della maggiore opera darrighiana. Consultando le carte, anche dal punto di vista biografico, certe lacune vanno colmandosi e le zone d'ombra prima o poi finiranno per scomparire del tutto. Walter Pedullà, uno dei più attenti e fedeli esegeti dell'Horcynus Orca, con l'ausilio di Andrea Cedola e Siriana Sgavicchia, ha intanto riportato alla luce e pubblicato I fatti della fera (2000), stesura "mediana" del capolavoro darrighiano (la prima, embrionale, è La testa del delfino) che piacque a Vittorini e Calvino e un cui ampio brano uscì per la rivista "Il Menabò" nel 1960. Quindi Daniela Marro ha fatto una prima ricognizione sulla bibliografia di D'Arrigo, in gran parte inedita, riguardante scritti sparsi su quotidiani, settimanali, riviste letterarie o editi in cataloghi per mostre d'arte nel corso di anni compresi tra il 1947 e il 1993. Questo saggio fondamentale, L'officina di D'Arrigo. Giornalismo e critica d'arte alle origini di un caso letterario (2002), relativo a testi spesso di difficile reperimento persino nelle emeroteche pubbliche, fornisce una gran quantità di informazioni importanti sull'attività creativa di Stefano D'Arrigo che, sia pure con articoli e recensioni d'arte (dove però si ritrovano già richiami impressionanti ai temi dell'Horcynus), debuttò molto prima della raccolta di versi Codice siciliano (1957), considerata ufficialmente la sua opera d'esordio e incunabolo del romanzo ambientato sullo Stretto di Messina. Adesso, a retrodatare ulteriormente il debutto letterario darrighiano, c'è Il licantropo e altre prose inedite, prezioso volumetto a cura di Siriana Sgavicchia apparso per i tipi delle edizioni Via del Vento. Il pistoiese Fabrizio Zollo con i suoi piccoli gioielli di prosa e poesia ha raccolto il testimone del compianto Vanni Scheiwiller perché mette in circolazione testi "minori" altrimenti ignorati dalle grandi case editrici che rivelano un amore per il libro tout court, fuori da interessi commerciali, giochi letterari e strategie "premiologiche" e che sono vere "chicche" per gli studiosi e i lettori più pretenziosi. La plaquette di Stefano D'Arrigo raccoglie: Due scene, breve dialogo teatrale di gusto espressionista uscito il 15 aprile 1942 sul mensile del Guf di Palermo "L'Appello"; Lettera come memoria a Michele, testo in forma epistolare apparso sul quotidiano palermitano "L'Ora della Sera" il 14 ottobre 1942; Il licantropo, racconto pubblicato sul giornale romano "La Tribuna del Popolo" l'8 ottobre 1946 in cui l'autore recupera l'antico mito popolare già narrato da Pirandello nella sua novella Mal di luna; e la pagina di diario Taormina con la nonna edito sul mensile bolognese "Il Progresso d'Italia" il 31 luglio 1948, una prosa di sapore fiabesco con elementi autobiografici. Pur essendo lontani, almeno sul piano stilistico, dal D'Arrigo maturo, scrittore potente che ha dato un grande poema del mare alla narrativa italiana contemporanea e ha condotto una innovativa ricerca espressiva sul piano letterario, questi testi giovanili risultano di un qualche pregio, non sono soltanto documenti interessanti per capire attraverso quali tappe si è sviluppato il percorso intellettuale dell'autore fino all'Horcynus. Essi consentono «di arricchire di spunti l'interpretazione dell'opera maggiore alla luce di nuovi reperti – dice Siriana Sgavicchia nella postfazione al volumetto –, ma anche di apprezzare, già a partire dalle primissime prove, in porzioni ridotte ma di gusto molto raffinato, il talento di uno scrittore che merita di far parte del canone letterario del Novecento, non solo italiano».Lo scrittore Stefano D'Arrigo in un disegno a china del 1998 del pittore Bruno Caruso di 

di Sergio Palumbo

Se il poeta Salvatore Quasimodo amava mitizzare la propria biografia affermando di essere nato a Siracusa (e non a Modica) per far risaltare un po' ingenuamente il suo rapporto di discendenza diretta con l'antica classicità siculo-greca, Stefano D'Arrigo è lo scrittore che forse più di qualsiasi altro del Novecento ha lasciato che la parte giovanile della propria vita rimanesse nebulosa, quasi avvolta da mistero, ed è cosa di non poco conto perché include gli anni della formazione e del debutto letterario. Basta leggere la nota biobibliografica dell'Horcynus Orca, quella contenuta nell'Oscar Mondadori, per accorgersi quanto scarne e sfuggenti siano le informazioni fino al 1942, l'anno in cui lo scrittore (nato ad Alì Marina nel 1919) si laureò in lettere all'Università di Messina e incontrò Jutta, sua futura moglie. Dopo tale data, con il trasferimento a Roma dello scrittore e l'avvio di un'intesa attività giornalistica per varie testate, la biografia darrighiana assume regolarità cronologica e adeguati riferimenti alla vita e all'opera. 

All'inizio si apprende solo che suo padre lasciò la famiglia poco prima della sua nascita per emigrare negli Stati Uniti in cerca di fortuna, che trascorse l'infanzia tra Alì e Milazzo, dove si trasferì nel 1929 frequentando il liceo, e che durante la guerra, ancora studente, fu chiamato sotto le armi in Veneto per poi tornare in Sicilia. Finché lo scrittore fu in vita, nulla lasciava trapelare sul suo più remoto passato, e lo dico per testimonianza diretta avendo ereditato un'amicizia che lo legava dai tempi messinesi a mio padre. Poi, dopo la sua morte nel 1992, toccò a Jutta, gelosa custode delle memorie del marito, mantenere il riserbo sulla vita del giovane D'Arrigo come se lo scrittore avesse cominciato ad avere esistenza letteraria a partire dal secondo dopoguerra con le prime prove dell'Horcynus, romanzo dalla lunghissima e tormentata gestazione che pubblicò nel 1975 con Mondadori. 

Proprio quest'anno cade il ventennale della scomparsa di Stefano D'Arrigo, frattanto è morta anche la moglie Jutta, e le carte dello scrittore sono depositate al "Fondo Bonsanti" del Vieusseux a Firenze. Qui, negli ultimi tempi, sono state avviate ricerche sull'intera sua produzione anche giornalistica e di critica d'arte e sono stati portati avanti studi sulla base di materiali d'archivio inediti per una scrupolosa ricostruzione filologica della maggiore opera darrighiana. Consultando le carte, anche dal punto di vista biografico, certe lacune vanno colmandosi e le zone d'ombra prima o poi finiranno per scomparire del tutto. Walter Pedullà, uno dei più attenti e fedeli esegeti dell'Horcynus Orca, con l'ausilio di Andrea Cedola e Siriana Sgavicchia, ha intanto riportato alla luce e pubblicato I fatti della fera (2000), stesura "mediana" del capolavoro darrighiano (la prima, embrionale, è La testa del delfino) che piacque a Vittorini e Calvino e un cui ampio brano uscì per la rivista "Il Menabò" nel 1960. 

Quindi Daniela Marro ha fatto una prima ricognizione sulla bibliografia di D'Arrigo, in gran parte inedita, riguardante scritti sparsi su quotidiani, settimanali, riviste letterarie o editi in cataloghi per mostre d'arte nel corso di anni compresi tra il 1947 e il 1993. Questo saggio fondamentale, L'officina di D'Arrigo. Giornalismo e critica d'arte alle origini di un caso letterario (2002), relativo a testi spesso di difficile reperimento persino nelle emeroteche pubbliche, fornisce una gran quantità di informazioni importanti sull'attività creativa di Stefano D'Arrigo che, sia pure con articoli e recensioni d'arte (dove però si ritrovano già richiami impressionanti ai temi dell'Horcynus), debuttò molto prima della raccolta di versi Codice siciliano (1957), considerata ufficialmente la sua opera d'esordio e incunabolo del romanzo ambientato sullo Stretto di Messina. Adesso, a retrodatare ulteriormente il debutto letterario darrighiano, c'è Il licantropo e altre prose inedite, prezioso volumetto a cura di Siriana Sgavicchia apparso per i tipi delle edizioni Via del Vento. 

Il pistoiese Fabrizio Zollo con i suoi piccoli gioielli di prosa e poesia ha raccolto il testimone del compianto Vanni Scheiwiller perché mette in circolazione testi "minori" altrimenti ignorati dalle grandi case editrici che rivelano un amore per il libro tout court, fuori da interessi commerciali, giochi letterari e strategie "premiologiche" e che sono vere "chicche" per gli studiosi e i lettori più pretenziosi. La plaquette di Stefano D'Arrigo raccoglie: Due scene, breve dialogo teatrale di gusto espressionista uscito il 15 aprile 1942 sul mensile del Guf di Palermo "L'Appello"; Lettera come memoria a Michele, testo in forma epistolare apparso sul quotidiano palermitano "L'Ora della Sera" il 14 ottobre 1942; Il licantropo, racconto pubblicato sul giornale romano "La Tribuna del Popolo" l'8 ottobre 1946 in cui l'autore recupera l'antico mito popolare già narrato da Pirandello nella sua novella Mal di luna; e la pagina di diario Taormina con la nonna edito sul mensile bolognese "Il Progresso d'Italia" il 31 luglio 1948, una prosa di sapore fiabesco con elementi autobiografici.

Pur essendo lontani, almeno sul piano stilistico, dal D'Arrigo maturo, scrittore potente che ha dato un grande poema del mare alla narrativa italiana contemporanea e ha condotto una innovativa ricerca espressiva sul piano letterario, questi testi giovanili risultano di un qualche pregio, non sono soltanto documenti interessanti per capire attraverso quali tappe si è sviluppato il percorso intellettuale dell'autore fino all'Horcynus. Essi consentono «di arricchire di spunti l'interpretazione dell'opera maggiore alla luce di nuovi reperti – dice Siriana Sgavicchia nella postfazione al volumetto –, ma anche di apprezzare, già a partire dalle primissime prove, in porzioni ridotte ma di gusto molto raffinato, il talento di uno scrittore che merita di far parte del canone letterario del Novecento, non solo italiano».

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