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EINAUDI PUBBLICA "PORTATILE", UN'ANTOLOGIA DELLE OPERE DI DAVID FOSTER WALLACE

Il testamento di un genio

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Il testamento di un genio

E va bene, lo ammetto. La prima volta che ho visto in libreria l’ultimo libro di David Foster Wallace pubblicato da Einaudi (David Foster Wallace, “Portatile”, Einaudi, pp. 832, 22 euro) l’ho tirato fuori dallo scaffale con due dita e tappandomi il naso, come si fa con uno di quegli alimenti andati a male che abbiamo dimenticato per tutta l’estate in un angolo del frigorifero.
Figuriamoci! Un’antologia di David Foster Wallace! Questo è troppo, mi sono detto. Da buon devoto e onnivoro lettore e adoratore di tutte le opere dell’autore di “Infinite Jest” non riuscivo a sopportare l'idea di una scelta dei suoi scritti, di un percorso facilitato per chi vuol “frequentare” i suoi romanzi, i suoi racconti, i suoi saggi, ma senza stancarsi troppo...
Poi, però, non ce l’ho fatta a resistere. E l’ho aperto, “Portatile”. E mi sono ricreduto. È bello da leggere, “Portatile”. Un volume che ti dà conforto. Anche per chi conosce bene le sue opere, è interessante da sfogliare, da possedere, non foss’altro per ripercorrere il suo cammino creativo, avendo l’impressione di poterlo maneggiare tutto in una volta. E credo di poter dire che ciò vale anche per chi non ha mai letto niente di Foster Wallace. È un buon inizio per rimanere folgorati sulla via della sua genialità e della sua innovativa scrittura.
Intanto, per la serietà della selezione. Compiuta da Bonnie Nadell, Karen Green (la moglie di David) e Michael Pietsch, con la collaborazione appassionata e autorevole di 24 consiglieri (fra cui Mark Costello, Jonathan Franzen, George Saunders o Sally Foster Wallace, la madre di David). «Ci auguriamo di aver composto un quadro che illustri la portata, la profondità e la stratificazione delle creazioni wallaciane – la complessità di pensieri e sentimenti e il desiderio di turbare, stuzzicare, demolire e infastidire, e perfino di spezzare i cuori, che andava di pari passo con l'intento di stupire e divertire. (…) La forze dirompente dei testi qui inseriti ritorna identica in tutti i libri di Wallace, libri che ci auguriamo di stimolarvi a leggere per intero».
In più, l’edizione italiana è arricchita da un’introduzione illuminante e attenta di Stefano Bartezzaghi («La letteratura che dice quello che nessuno sa dire, ma tutti provano»).
David Foster Wallace rappresenta l’evoluzione della specie-scrittore, in quest’ottica il massimo che abbia mai espresso la letteratura nella storia dell’umanità creativa. E il suo “Infinite Jest” è, data questa premessa, il miglior romanzo che sia mai stato scritto.
E di questo, “Portatile” offre una convincente prova. Dal romanzo d’esordio, “La scopa del sistema”, in cui Foster Wallace ancora non s’è liberato dell’eredità “paterna” di Pynchon e DeLillo; ai saggi – in cui il suo continuo oscillare fra umanesimo e scientismo raggiunge un meticoloso equilibrio; al capolavoro strabiliante “Infinite Jest”; all’incompiuto – ma non per questo meno folgorante – “Il re pallido”: ecco, il viaggio che il lettore ha modo di compiere nel meraviglioso mondo di Foster Wallace è appena incominciato. Senza dimenticare di evidenziare la presenza alla fine del volume di una sezione interamente dedicata agli appunti inediti con cui Foster Wallace organizzava il proprio lavoro di docente di scrittura creativa all’Università dell’Illinois. Lavoro a cui lui – figlio di un’insegnante di Lingua Inglese – teneva moltissimo. E ne sono una prova i “compiti” che assegnava con esasperata ed esasperante meticolosità ai suoi studenti. «Smaniava di imparare tutto il possibile sulla lingua e sul suo funzionamento – scrive la madre Sally Foster Wallace – come smaniava di condividere con i suoi studenti, nel modo più appetibile, quello che imparava, sapeva, viveva e amava. (...) I suoi programmi e il materiale didattico offrono uno spaccato su un insegnante premuroso, attento, simpatico e generoso che non aveva mai smesso di essere uno studente».
Sulle drammatiche sequenze che riguardano la morte di David molto si è detto e scritto. Ebbene, “Portatile” dimostra che il poeta David Foster Wallace è stato ucciso dall’uomo David Foster Wallace e non il contrario. Dimostra che non è stato un delitto poetico ma un delitto umano. Principalmente perché il delitto poetico non esiste, esiste solo quello umano. È innegabile che «gigantesche ombre asteriscoidali» gravavano sul rapporto che David aveva con se stesso. David amava l’umanità e la conosceva così profondamente da poter riempire pagine e pagine dei propri libri raccontandone le caduche potenzialità. Ma nel contempo David la odiava, non la sopportava, ne era terrorizzato, proprio perché conosceva a memoria l’insulsa obesità dei precetti da cui era regolata.
Mentre proprio questa umanità s’affrettava a eleggere Davide Foster Wallace come lo scrittore del momento, dell’anno, del secolo, del millennio, collocandolo fra i primi cinquecento, i primi cento, i primi dieci, e poi in questa o in quest’altra corrente di un abominio letterario da aborrire, ebbene, David Foster Wallace si comportava – e scriveva e viveva – come se avesse un compito da svolgere, ma non sapesse con esattezza quale. Era come se David si dicesse continuamente: ce la puoi fare! Ma un secondo dopo si chiedesse: ma fare cosa?
Un anno chiave è il 1989. Qualche tempo prima, per l'esattezza nel 1985, David ha ventitrè anni, si è laureato in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica, poi ha scelto di frequentare il corso di filosofia all’università di Harvard. Ma durante il primo semestre, alla fine del 1989, abbandona quel corso, dopo essere stato ricoverato nella clinica psichiatrica McLean’s.
Certo, la vita continua, e la sua forza è come quella dell’erba che spacca il cemento. David pubblica i primi libri. Ha successo. Un successo enorme. Finché non pubblica “Infinite Jest”, e allora il successo diventa inimmaginabile. David diventa mito vivente. Ma in pochi si soffermano sul fatto che David non ha smesso mai di raccontare della clinica psichiatrica McLean’s. Di quel fatidico 1989. Di uno “Scherzo infinito”. Dello “Scherzo infinito” che è l’esistenza di tutti noi.

È un buon inizio per rimanere folgorati sulla via della sua genialità e della sua innovativa scrittura.

27 ottobre 2017

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