Martedì, 26 Ottobre 2021
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PAROLA ALLO SCRITTORE

Arturo Pérez-Reverte: "L’eroismo al maschile collassa, è il momento delle donne"

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"Hemingway era un turista della guerra. Ha visto le armi e le donne, ha rischiato la pelle e si è innamorato in Spagna. A me è successo lo stesso in Nicaragua, i ribelli mi hanno salvato la vita e poi li ho visti compiere atrocità su donne e bambini. La guerra è una palestra di vita spietata». Firmato Arturo Pérez-Reverte, lo scrittore spagnolo autore di diversi bestseller internazionali che ha incantato il pubblico di PordenoneLegge parlando del suo nuovo romanzo “L’ultima carta è la morte” (Rizzoli, tr. Bruno Arpaia) fra gli ospiti di punta di un’edizione ricchissima – che si concluderà domani – con ben 633 protagonisti in 40 location del centro storico, presentando 60 anteprime e oltre 6 mila titoli.

In questo nuovo libro, proseguendo gli scenari de “Il codice dello Scorpione”, Pérez-Reverte richiama in azione Lorenzo Falcó, una spia franchista nella guerra civile spagnola. Elegantissimo quanto spietato, la sua nuova missione lo conduce a Tangeri nel marzo del ’37 trovandosi alle prese con un’altra spia, Eva, un’agente comunista, maestra del gioco sporco e consapevole della propria bellezza.

Classe ’51, Pérez-Reverte è stato per oltre vent’anni reporter di guerra, oggi i suoi libri sono pubblicati in quaranta lingue (ricordiamo “Il club Dumas”, “Il tango della Vecchia Guardia” e “Il cecchino paziente”) e dal 2003 è membro della Reale Accademia di Spagna.

Lei ha un passato da reporter al fronte fra Libano, Eritrea e Mozambico. Cosa l’ha spinta a diventare uno scrittore?

"Sono un cantastorie professionista. Voglio raccontare il mondo che vedo attraverso gli occhi dei miei personaggi. So che i lettori hanno gusti e culture diverse, questa è la mia sfida. Scrivere storie di finzione non è una lacerazione dell’animo ma la capacità di raccontare, usando la testa e la ragione, non il cuore e il sentimento. Non scrivo per sopravvivere alla depressione, scrivo perché adoro farlo".

Lorenzo Falcó, il suo protagonista, non è certo un santo...

"Tutt’altro. È un hijo de puta! Mi sono stufato di leggere di spie repubblicane, di personaggi buoni e positivi. Lui è un macho, gli piacciono le donne, è un assassino ed un torturatore. Eppure veste sempre in modo impeccabile, è bello ed ha fascino. Volevo un personaggio profondamente scorretto ma decisamente reale. Ma voglio aggiungere una cosa, quando descrivo le scene di tortura purtroppo lo faccio con cognizione di causa, uso i miei ricordi da reporter e i lettori sentono la differenza con la finzione".

A Falcó ha scelto di contrapporre Eva.

"Lei è un’agente comunista che, invece, crede nella causa ed è disposta, pronta al sacrificio estremo in nome dell’utopia di un futuro migliore".

Nel mondo dei noir le donne si stanno imponendo, non solo come comprimarie. Ad esempio, In Italia ci sono diversi autori che scrivono di “sbirre” con successo di pubblico.

"Credo fortemente che l’eroismo declinato al maschile sia prossimo al collasso. Da Omero in avanti, fra cinema e libri, è stato già scritto tutto e d’ora in avanti saranno le donne a conquistarsi la ribalta. Eva spalanca dei nuovi orizzonti narrativi, combattendo contro un mondo tutto declinato al maschile".

Perché ha scelto di raccontare il franchismo e la guerra civile?

"Perché il mondo reale non è bianco o nero. Pochi ammettono che quando vi fu il golpe militare che sovvertì l’ordine, una gran parte della popolazione lo appoggiò con convinzione. La Spagna si spaccò in due per la guerra civile: da una parte c’erano mio padre e mio zio che combattevano con i repubblicani, mentre mio suocero, un giovane comunista, venne ferito e decorato come eroe di guerra franchista. Guardando la storia a decenni di distanza siamo spinti a giudicare tutto senza incertezza, ma quando ti trovi in mezzo alle truppe che imbracciano le armi e fumi una sigaretta con loro, sporchi e sudati, tutto si confonde. Ciascuno ha le proprie motivazioni che lo hanno condotto a scegliere un versante piuttosto che l’altro. Buoni e cattivi in senso assoluto non esistono davvero, le canaglie sono parte del sistema".

Nel 1986 ha esordito con “L’Ussaro” con successo, ma perché ha smesso di essere un reporter di guerra?

"Nel ’77, in Eritrea, sono stati i ribelli a salvarmi la vita. Ero ad un passo dalla morte e mi curarono come un fratello. Erano gli stessi uomini che poco dopo si diedero a stupri e massacri sulla popolazione inerte. Erano solo esseri umani, la guerra è una scuola di vita ottima e tremenda. Ho smesso perché era il momento di raccontare tutto quello che avevo dentro facendo ricorso alla narrativa, usando le emozioni anziché il microfono".

Nell’ultimo romanzo, che ha presentato ieri a Pordenonelegge, lo scrittore richiama in azione Lorenzo Falcó, una spia franchista nella guerra civile spagnola. Elegantissimo quanto spietato, la sua nuova missione lo conduce nel marzo del ’37 a Tangeri, dove si troverà alle prese con un’altra spia, Eva, un’agente comunista, maestra del gioco sporco e consapevole della propria folgorante bellezza.

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