Lunedì, 16 Settembre 2019
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LE RIFLESSIONI

Il culto delle madonne nere, tra processioni e sentimento di accoglienza

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A Ganzirri, domenica 11 agosto, i festeggiamenti in onore di S. Nicola si concludono con la processione notturna quando la statua del Santo sistemata a bordo di una feluca (trainata da un “luntro” con quattro vogatori) compie il giro del lago, seguita da decine di barche. Dall’altra parte dello Stretto alla Marinella di Bagnara Calabra, l’ultima domenica di settembre, si svolge la processione con la Vara della Madonna di Porto Salvo: la Sacra Effigie che viene portata a spalla prima per le vie del paese e successivamente trasportata in barca dal porto fino alla fine di Bagnara navigando parallelamente al lungomare, per poi concludere con l’ultimo tratto che viene fatto di corsa fino ad entrare nella Chiesa che accoglierà la Vara. Senz’altro significativo è il fatto che i marinai di Ganzirri e quelli di Bagnara li ritroviamo assieme in Aspromonte a Polsi, tra l’1 e il 2 settembre, per la festa della Madonna della Montagna. I pellegrini delle due aree dello Stretto sono accolti in due delle “stanze” riservate agli abitanti che “arrivano da tanto lontano” e saranno proprio i bagnaroti a portare a mano, e di corsa, la statua della Madonna descritta, tra l’altro, in pagine indimenticabili di Alvaro. Una conferma di come le due sponde dello Stretto siano state luogo di passaggio, di scambi e di transito, di pesca, un’attività che era particolarmente rilevante, e intrattenessero legami con l’interno e anche con la montagna.

Non si pensi, però, che il legame delle popolazioni fosse un dato scontato, semplice, naturale. Nonostante sia in apparenza l’elemento costitutivo della geografia della Calabria, con gli ottocento chilometri di costa, il mare per secoli è stato lontano per quella che Matvejević definisce un’“isola senza mare”, i cui abitanti vivevano nei paesi dell’interno (per ragioni produttive, per difendersi dagli invasori, per fuggire dalla malaria) in una terra il cui territorio è fatto per il 90 per cento di colline e di montagne.

Del lento ritorno e della controversa apertura verso il mare di una terra rivolta verso l’interno ci parlano numerose processioni e riti. A Tropea, il culto della Madonna di Romania si afferma sin dall’IX secolo, a seguito dell’arrivo miracoloso su una nave venuta dall’Oriente dell’effigie della Madonna. Un mito di fondazione antico, che diventa un modello per l’affermarsi del culto mariano in epoca moderna, quando in molte zone della Calabria comincia a verificarsi la discesa lungo le coste, la crescita di antichi centri costieri e la nascita dei paesi doppi. Il culto mariano, che va inserito anche in una storia religiosa a seguito del Concilio di Trento, accompagna la nascita dei nuovi, piccoli insediamenti lungo le marine e le coste. Dal XVII al XIX secolo il culto di Maria SS. di Porto

Salvo si afferma, come attestano anche miti di fondazione che ripetono motivi già illustrati, a Melito, Porto Salvo, Parghelia, Sambiase, Catanzaro Lido, Bova Marina, Cannitello, Gallico Marina, Bagnara, Porto Salvo (attuale frazione di Vibo Valentia), Belvedere Marittimo. A Gioia Tauro, Paola, Soverato Marina si afferma tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, mentre a Siderno in anni recenti, a conferma del lento, ma inarrestabile processo di discesa lungo le coste.

In questo contesto avviene alla fine del Settecento la fondazione della marina di Nicotera che viene accompagnata, sacralizzata, grazie all’arrivo miracoloso di una statua dell’Immacolata, quando il culto si afferma in quasi tutti i centri interni, urbani, costieri della regione.

Una sua peculiarità ha la festa della Madonna di Capo Colonna a Crotone, che si afferma in epoca moderna ed è oggi il rito identitario della città. E bisognerebbe parlare di culto di un santo di “terra e di mare”, che attraversa, miracolosamente, lo Stretto su un mantello. Così pure, ricordare culti mariani e di santi che si svolgono sul Tirreno e sullo Ionio calabrese e in tante regioni del Sud.

In questi riti, le categorie sociali che si affidano al mare per il proprio sostentamento hanno un ruolo centrale, come avviene ad esempio a Bagnara e a Reggio Calabria, a Crotone. A Taureana di Palmi l’unione della processione a mare cui partecipano decine di barche e del corteo che si snoda lungo viottoli di campagna, protegge e “sacralizza” uno spazio che comprende e ricorda tutte le attività produttive e culturali.

Il “ritorno” sul mare avviene, però, senza tuttavia riuscire a tradursi complessivamente in un’economia legata alla pesca o ai traffici portuali. Lo spostamento di numerosi paesi lungo le coste, in un contesto che spesso orienta scelte sostenute anche da corruzione e interessi criminali, avviene in un’ottica di devastazione e sfruttamento. La violenza prevale sul sacro e territori che fino a un secolo fa erano quasi disabitati oggi sono disordinatamente cementificati, all’insegna di un non finito che non ci parla di una cura dei luoghi, che non si fa scrupolo di deturpare e di rendere ancora più precari. Mentre i paesi dell’interno muoiono o si spopolano, i paesi della costa sono invece dei “non ancora luoghi”, impegnati in una difficile e dolorosa ricerca di senso.

Il paesaggio dello Stretto si presenta come una sorta di inno alla bellezza e alle rovine, al sublime e alle macerie. Degrado, sporcizie, case e borghi cresciuti

senza alcuna progettualità e senza un’idea di cura e difesa del territorio, abitazioni sventrate e incompiute come se avessero subito un bombardamento, non hanno alla fine risposto al bisogno di casa delle popolazioni ma rappresentano il trionfo di un brutto cementificato su cui hanno prosperato, come in tutte le catastrofi, i gruppi dirigenti e la criminalità. Il Ponte aleggia come un sogno, un desiderio, una paura, una minaccia e intanto il paesaggio è stato edificato prima della sua (mai certa) costruzione, mentre i miliardi di lire e di euro per progettarlo e riprogettarlo all’infinito spesi assommano a una cifra superiore a quella della sua reale realizzazione.

In questa ricerca di appaesamento, il progressivo ripopolarsi delle marine è segnato dalla nascita di un nuovo folklore religioso, che tende a forme di “sacralizzazione” di questi territori e di cui le processioni a mare sono elementi caratterizzanti, in molti casi frutto di invenzione relativamente recente.

Anche grazie alla loro forte spettacolarità, i riti a mare richiamano spesso migliaia di devoti e turisti, diventano occasioni di aggregazione e di riconoscimento per gli abitanti e per chi torna nei luoghi durante l’estate.

L’immagine delle madonne che solcano il mare e sbarcano, sorrette amorevolmente dai fedeli, dovrebbe indurci a riflettere. Dal mare giungevano in passato le madonne portate in processione. Venivano da Oriente, molte erano nere e fuggivano da persecuzioni. Significativo sarebbe un inventario delle icone e delle statue di Madonne nere (ricordo la Madonna Nera di Schiavonea, quella di Seminara, quella di Tindari, quella di Foggia e la Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano) che si sono “salvate” grazie all’accoglienza delle popolazioni, che sulla devozione e il culto, i pellegrinaggi, hanno costruito una loro particolare identità, fatta anche di mobilità e di aperture, di scambi e di accoglienza.

Nel tempo, il significato della religione popolare è stato spesso stravolto e sfruttato dai potenti. So bene come Chiesa, ceti dirigenti, uomini politici, nuovi arricchiti in ascesa, criminali abbiano cercato (a volte riuscendoci) di controllare, gestire, stravolgere forme di pietà popolari che, per la loro bellezza e ricchezza, non possono essere ridotte a folklorismo o a manifestazioni di potenza o di prepotenza. Eppure, mai come in questo periodo, la Madonna, col suo sguardo benevolo, a volte duro, miracoloso, è stata tirata in ballo, per propaganda di bassa politica, da un laicismo ateo, che pensa di potere avere la parola definitiva sul “cattolicesimo” anche contro vescovi, religiosi, teologi,

Papa Francesco. Non vorrei apparire predicatorio, non ne ho il titolo, ma a quanti, con fede, con emozione, con sentimenti forti, partecipano a questi riti comunitari, di memoria e di speranza, vorrei poter dire: “Sorelle e fratelli che accompagnate Maria nel suo procedere in mare, considerate che è quell’apertura al mare, dei cuori e dei porti, quella protezione sacra accordata a chi si trova in condizione di debolezza e pericolo che ha permesso alla Madonna di approdare in un luogo nuovo e sicuro, per venire incontro ai vostri sogni e ai bisogni. Pensate che, altrimenti, con i porti chiusi, la Madonna non sarebbe mai potuta giungere nei vostri luoghi e nella vostra vita”.

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