Domenica, 05 Luglio 2020
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IL DIVINO

Raffaello, genio della cultura ma anche sciupafemmine

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Il divino Raffaello. Bello come un angelo. Il più celebre pittore in senso assoluto. Icona incomparabile. Morto a 37 anni lasciando sbigottito il mondo. Trecento anni dopo, lo zar Alessandro II commissionò una gigantesca tela che ne celebrasse il trapasso. Felice Schiavoni dipinse una stanza con 19 tra i più famosi artisti contemporanei in gramaglie, da Michelangelo a Cellini, Ariosto, il Bembo… ma non se la sentì di raffigurare Raffaello: lo si suppone morente nella camera accanto. Quando morì (6 aprile 1520), Raffaello Sanzio lasciò vedove inconsolabili che si lacerarono le vesti come sul feretro di Rodolfo Valentino. Sono passati 500 anni ma la sua fama non ha subìto alcun cedimento. Le sue Madonne e i suoi angeli gli hanno conferito addirittura un'aurea paradisiaca. Eppure qualche ripensamento è lecito.

Quella morte repentina, dopo una tremenda infreddatura e poi una febbre da cavallo (malaria? polmonite?) aggravata da incauti salassi, fu provocata da un eccesso di sfrenate prestazioni sessuali alle quali il divino pittore era uso. La sua principale attività, attestata da tutte le biografie, oltre alla pittura (che egli eseguiva con straordinaria rapidità a giudicare dalla quantità di opere prodotte ) era la conquista femminile. Al suo confronto, il catalogo delle donnesche imprese di don Giovanni fa sorridere e Giacomo Casanova, il seduttore per antonomasia, può andare a nascondersi. Raffaello era un assatanato sciupa-femmine. Mai lo lascerebbe supporre quel dolcissimo autoritratto di lui ventenne, passato ai posteri quale sua immagine ufficiale e che figurò anche sulla banconota di lire 500.000. In verità, passata quell'età quasi adolescenziale, Raffaello acquistò un altro look, con baffi e leggera barba, come dal suo “Autoritratto con un amico” del 1518 (2 anni prima della morte, quindi lui adulto di più di trent'anni) quando le sue prodezze amatorie dovevano essere al massimo. Qui il pittore ha una espressione tutt'altro che serafica. Lo sguardo è vagamente innocuo ma l'espressione sorniona, vedi ironica e molto determinata.

Determinato, certo, lo era. In tutti i sensi. Divenne pittore ufficiale del Vaticano assicurandosi stima e benevolenza di due Papi, i quali erano Giulio II della Rovere e il successore Leone X, Medici, fiorentino, assediato da artisti come Michelangelo, Leonardo e Sebastiano del Piombo, tutti toscani con l'intenzione di accaparrarsi favori e commissioni, vedi affrescare le stanze vaticane. E invece vinse lui, il giovane urbinate Sanzio, spuntato all'improvviso. Beninteso Raffaello dipingeva bene. Benissimo. Con uno stile classico eppure moderno. Tre secoli dopo un gruppo di pittori si rifece al suo stile identificandosi come pre-raffaelliti. L'unica scuola al mondo intitolata ad un Maestro anziché a una tendenza.

Raffaello trattava i colori come nessun altro, quasi fossero luce concreta. Possedeva un senso della composizione diremmo oggi cinematografico. E possedeva anche un'altra dote: nel ritratto sapeva cogliere con precisione chirurgica il particolare che definiva la personalità del modello e il suo stato d'animo. Di questa particolarità si è accorto in modo specifico Costantino D'Orazio, storico dell'arte presso la Soprintendenza Capitolina, autore di prestigiosi libri e cataloghi di mostre. In un libro , “Raffaello, il giovane favoloso” (Skira), D'Orazio ha vivisezionato 24 tra i più celebri ritratti di Raffaello, commentandoli con la voce della persona della tela. Forte di un sapere sconfinato e di una sensibilità acutissima, D'Orazio passa in rassegna il Rinascimento intero in un'escursione storica e artistica, attraverso il racconto di Papi, diplomatici, condottieri, scrittori, dame, uomini e donne di cultura, pittori (tra loro anche Michelangelo e Leonardo) i quali tutti, commentando il proprio ritratto, si spingono anche a confidenze personali.

Tutti, l'avevano conosciuto bene. Molti (Baldassar Castiglione, Pietro Aretino…) erano suoi amici. D'Orazio si serve di diari, lettere, documenti per avvallare giudizi e ricordi. Svela particolari privati inediti, soprattutto sulla personalità di Raffaello, il quale, al si là della maestria artistica, doveva possedere requisiti eccezionali di intelligenza, intuito, consapevolezza, persuasione, gentilezza e... capacità di manovrare gli altri. Non si vantava della sua superiorità oramai universalmente nota. Benché giovane, era attivo in più laboratori dove uno stuolo di discepoli, alcuni eccelsi, si occupavano di eseguire le opere dagli accuratissimi cartoni. Lui poi dava l'ultimo tocco. Insostituibile. Irripetibile, Tra i ritratti non poteva mancare la leggendaria “grande amata”, Margherita la Fornarina, che, fattasi monaca quattro mesi dopo la morte del pittore, si fece registrare come “vedova”. Se l'innamorato pittore sceglie per la giovane una posa un po' osée, col seno scoperto, pone la sua firma sul nastro che le cinge il braccio. E sul turbante le appunta una spilla con una perla. In greco “margarites”: è lei. Così, almeno, l'ha interpretata Costantino D'Orazio.

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