Giovedì, 24 Settembre 2020
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“L’animale più pericoloso”, un thriller da un mondo dove non c’è il perdono

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Dora Holler ha tredici anni. Due trecce che la fanno assomigliare a Greta Thunberg. È un’ecologista e un’ambientalista col dente avvelenato nei confronti dell’uomo. Suo padre le ha detto che l’amore è come «la danza delle aquile. Strano, pericoloso, e per sempre».

E Dora sa bene che la danza delle aquile prevede sempre la morte di un innocente. Dora è «più consapevole della maggior parte delle sue coetanee. E testarda, molto». Suo padre ama dire che «la nostra piccola Dora è una guerriera». Le basteranno queste doti a mettersi in salvo, quando viene rapita da uno sconosciuto adulto e pericoloso che l’ha circuita su internet?

In una delle zone più impervie del Trentino si scatena una caccia all’uomo senza precedenti, «fra sentieri nascosti, masi abbandonati, cadaveri senza nome» e molti, troppi interrogativi senza una risposta. A guidare le ricerche il capitano dei carabinieri Viktor Martini, il bizzarro eroe che in passato ha catturato, a Roma, lo Squartatore del Testaccio, uno che sa bene quanto la speranza possa rivelarsi una maledizione. Beh, si potrebbe pure dire, a questo punto: signori, il thriller è servito! E che thriller è il nuovo romanzo di Luca D’Andrea, “L’animale più pericoloso” (Einaudi), che addenta come un predatore l’attenzione del lettore e non lo molla più fino all’ultima pagina.

C’è un motivo per cui D’Andrea con i tre precedenti romanzi (La sostanza del male”, 2016, “Lissy”, 2017 e “Il respiro del sangue”, 2019, tutti Einaudi) è diventato autore da bestseller mondiale tradotto in 42 Paesi: perché sa quel che fa, quando scrive, è un purosangue della scrittura poliziesca. E nei suoi romanzi il lettore non corre il rischio – invero sempre in agguato nei thriller – di prendere una fregatura: l’autore che a un certo punto non sa dove andare a parare per «risolvere il caso», si serve di un trucchetto narrativo per chiudere la partita, tirando in ballo un deus ex machina.

Insomma, era tanto tempo che non leggevo uno di quei libri che non vedi l’ora di tornare a casa per poterli finire. Uno di quei libri che non riesci a chiudere se non sei arrivato fino in fondo. Un libro che racconta di «gente con gli occhi che guardavano dentro». Un libro che racconta di un mondo in cui «non esiste perdono»: «Gli uomini – scrive D’Andrea – si riempiono la bocca della parola giustizia, eppure non hanno la più pallida idea di cosa sia. La loro giustizia è una specie di vendetta goffa e zoppa». Applausi.

Il libro

Luca D’Andrea

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