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Enea: l'eroe che non ti aspetti

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Una figura mitica. Il profugo, il portatore di "pietas", l'etico: più di ogni altro capace di intercettare le grandi questioni del nostro tempo

Ai tempi del liceo, Enea non era il nostro beniamino. Sul campo di battaglia, gli preferivamo l’irruenza orgogliosa di Achille; in balìa del mare, il multiforme ingegno di Odisseo, che ci faceva vivere avventure fantastiche. Di Enea non ci piacevano la malinconia soffusa, la pensosità, la sottomissione al fato, per non parlare dell’abbandono di Didone, giustificato con parole che suonavano imperdonabili. In compenso, è Enea l’eroe che più di ogni altro si mostra capace di intercettare le grandi questioni del nostro tempo, sia che si veda in lui il prototipo dei profughi che solcano il Mediterraneo rischiando la vita alla ricerca di una nuova patria, sia che lo si contrapponga a chi ha cinicamente sostenuto la necessità di sacrificare i vecchi ai giovani in questi tempi di pandemia, attraverso l’immagine plastica che tanti artisti ha ispirato, da Raffaello a Barocci a Bernini: quella in cui è ritratto nell’atto di abbandonare Troia in fiamme, portando con sé non solo il piccolo Ascanio e i penati di Troia ma anche, sulle spalle, il padre Anchise. Non stupisce, allora, che nell’ultimo scorcio del 2020 siano stati dati alle stampe ben tre libri dedicati a questo personaggio.

La lezione di Enea (Laterza) è il titolo del volume di Andrea Marcolongo, la quale, in una scrittura che mescola erudizione e diario personale, riconosce nell’Eneide virgiliana la lettura a cui volgersi in tempi difficili e in Enea l’ «eroe del dopoguerra» e della ricostruzione (l’autrice dichiara del resto il suo debito verso Il mio Enea di Giorgio Caproni, uscito sempre quest’anno per Garzanti nella bella edizione curata da Filomena Giannotti).
Con Enea, lo straniero. Le origini di Roma (Einaudi), Giulio Guidorizzi ci offre una dotta e commovente riscrittura che, articolandosi in una serie di capitoli aventi per titolo parole chiave del mito e della cultura romana (Penates, Pater, Fatum...), ripercorre in forma di romanzo la vicenda virgiliana dalla notte della caduta di Troia, aggiungendo un epilogo sul Tevere con il ritrovamento di Romolo e Remo da parte del pastore Faustolo.
Infine, sette anni dopo “Il mito di Enea”, pubblicato nei «Saggi» Einaudi con una introduzione di Maurizio Bettini, è tornato a scrivere su questo tema Mario Lentano, di cui è ancora fresco di stampa Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani, pubblicato per i tipi della Salerno all’interno di una collana di biografie, che insolitamente si apre anche a un personaggio del mito. Perché quella di Lentano è a tutti gli effetti una biografia, che prende le mosse dal concepimento dell’eroe sulle balze dell’Ida, frutto dell’unione della dea Afrodite con il bellissimo pastore Anchise (nel nome Ainèias resta traccia dell’“atroce dolore”, ainòn achos, che provoca alla dea l’unione con un mortale, oltraggiosa sebbene desiderata), per seguire minuziosamente tutta la parabola terrena dell’eroe, quale si sfrangia nelle varianti di un mito, che ha le sue radici in Omero e di cui Virgilio non costituisce neppure l’ultima tappa.
Non un Enea, dunque, quello di Lentano, costruito da un’angolatura orientata, ma un Enea “a tutto tondo”, somma di tutti gli Enea che la tradizione ci ha conservato. Così, infatti, scrive l’autore, deve procedere il biografo di quel racconto fluido che è il mito: non “per scarti”, alla ricerca della verità dei fatti, ma “per accumulo”, senza potere stabilire una gerarchia tra le diverse versioni, di cui nessuna è più vera delle altre. Compulsando un vastissimo repertorio di fonti, decantate in una prosa fluida e avvincente che, senza mai ostentarle, se ne nutre finanche nelle scelte lessicali, e adottando i modi della thick description, che apre continuamente spazi contigui per chiarire i contesti culturali di riferimento (il valore del nome nel mondo antico, la modalità di fondazione delle città, la questione degli dèi indigeti...), Lentano ci racconta così, a voler semplificare, tre diverse vicende di Enea, di cui solo una è quella nota, poiché resa canonica dal successo del poema virgiliano: dopo un’estrema resistenza l’eroe abbandona Troia per volere degli dèi, alla ricerca di una nuova sede per le divinità tutelari della città; giunto nel Lazio, dovrà affrontare una guerra per fondare Lavinio e gettare le basi per una discendenza, da cui avrà origine il popolo romano.
Assieme a questa versione, Lentano ne rispolvera una seconda, che ha la sua fonte più antica in Menecrate di Xanto (e il suo spunto remoto in un passo dell’ “Iliade”), ma si ritrova in testi della tarda latinità e sopravvive fino al Medioevo, in base alla quale Enea si sarebbe salvato non per un progetto divino, ma perché avrebbe consegnato la sua città agli Achei, nonché una terza, contenuta nella scherzosa palinodia di Omero all’interno del “Discorso troiano” di Dione Crisostomo, secondo cui, a dispetto delle “menzogne” del poeta greco, la guerra di Troia sarebbe stata vinta dai Troiani e l’arrivo di Enea nel Lazio sarebbe avvenuto all’interno di un processo di colonizzazione del Mediterraneo da parte dei vincitori.
Due vite anche tra loro diverse, dunque, in cui Enea appare ora «un traditore grigio e mediocre», ora, al polo opposto, «un guerriero carico di gloria», fondatore di un impero destinato al dominio del mondo: un eroe che conosce «la gloria e la polvere», secondo il titolo felice che l’autore assegna al capitolo, e ciò anche nelle diverse modalità di morte che la tradizione ci ha consegnato e che sono esaminate prima dell’“Epilogo”, dopo una poetica descrizione della discesa agli Inferi, da vivo, del figlio della dea: dall’inglorioso dileguarsi dal campo di battaglia, facendo perdere le proprie tracce, alla sparizione durante una tempesta di origine sovrannaturale, topos ricorrente per le morti eroiche.
Non può mancare, in questa esposizione esaustiva, la “biografia sentimentale” dell’eroe: qui, il lettore che non lo ha appreso da Petrarca o da Boccaccio scoprirà una variante “innocentista” nei confronti di Enea del suicidio di Didone, conoscerà con stupore tutte “le altre donne di Enea”, capirà forse, finalmente, le ragioni che portano all’abbandono della regina da parte del condottiero troiano, sicuramente tornerà a commuoversi per la passione di Didone, a cui Lentano dedica pagine di straordinaria bellezza.

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