Domenica, 24 Gennaio 2021
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Melo Freni: «Io, Leonardo Sciascia e le gite sul coupé»

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Il ricordo di una lunga e duratura amicizia con il grande scrittore di Racalmuto. I pomeriggi nel “cenacolo” palermitano, i viaggi nei luoghi letterari dell’Isola, i pranzi, le discussioni su arte e teatro, la sua ricerca religiosa. E quelle lettere inedite.
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Leonardo Sciascia e Melo Freni durante la presentazione del libro “Dalla parte degli infedeli”

Di Leonardo Sciascia classico e contemporaneo, intellettuale geniale, profetico, “eretico,” immensamente colto, scrittore raffinato, impegnato, che, con lucidità, rigore e libertà di pensiero, ha trasceso la contingenza del suo tempo, in questi giorni si commemora il Centenario della nascita. Melo Freni, giornalista Rai, scrittore, poeta, ha frequentato Sciascia per trent’anni, tanto da ricevere la cittadinanza onoraria di Racalmuto per i rapporti con lui di fraternità e amicizia. Lo abbiamo raggiunto nella sua casa romana.

– Una lunga amicizia, la vostra, durata per venti anni. Da quale occasione è scaturita?

«Tutto è partito nel 1960 quando incontrai il poeta Elio Filippo Accrocca, che chiese al suo amico Sciascia di leggere le mie poesie. Lui si mostrò disponibile a recensirle ad una sola condizione, che le ritenesse interessanti. Fu così che firmò la sua prolusione per la pubblicazione del mio volume per la Flaccovio. Da quella presentazione ebbi la vita facilitata, potendo riscuotere attenzioni da giornali come il Corriere della Sera ma anche dalla Gazzetta del Sud. Così nacque la prefazione di Sciascia di due pagine e mezzo alla mia silloge “II senso delle cose” che segnò l’inizio della nostra amicizia e della mia attività letteraria».

– Ci racconti degli incontri in cui il vostro legame è maturato.

«A Palermo ci incontravamo quasi quotidianamente, lui si era trasferito là e io ero in città perché avevo vinto il concorso in Rai. Ci vedevamo i pomeriggi nella Galleria di Vivi Caruso, la moglie del pittore Bruno, l’avvocato Angelo Perna lo andava a prendere ogni giorno alle 15,45; si trattava di una sorta di circolo in cui si riunivano artisti e intellettuali; ci si beava della sua presenza e confidenza, lui parlava di tutto, di letteratura, di pittura, di teatro. Una sorta di piccola scuola palermitana. Ricordo Natale Tedesco che aveva vinto il concorso come professore universitario a Palermo e Aldo Scimè, intellettuale e giornalista della Sede esterna della Rai. A questi si sommano i nostri incontri a Racalmuto presso la contrada Noce, la casa paterna, dove convenivano tutti gli aspiranti letterari siciliani e italiani di quegli anni».

– Eravate anche compagni di viaggi letterari.

«Si ,ricordo le tante gite fatte insieme tra il 1960 e il 1970, con la mia auto Lancia Fulvia coupè, per esplorare l’Isola, assieme al suo compagno di scuola e del cuore Stefano Vilardo, alla scoperta della Sicilia letteraria, in cerca di ambienti e atmosfere da vedere con gli occhi oltre che con i libri. Ecco la Bagheria di Buttitta, la Palazzolo Acreide di Serafino Amabile Guastella, la Valguarnera di Francesco Lanza».

– Lei non ha seguito il suo lavoro come giornalista, forse perché eravate troppo amici, ma ha presentato un suo libro.

«Sì, proprio così, per rispetto e pudore non gli feci interviste, solo una volta la Rai mi chiese di andare a trovarlo per anticipare l’incontro con l’inviato da Roma attorno alla morte del generale Dalla Chiesa, occasione in cui si palesò ancora una volta che le sue previsioni sul potere della mafia erano autentiche. E poi presentai il suo libro “Dalla parte degli infedeli” a Patti alla libreria Adelasia e a Racalmuto. Lui si era appassionato alla storia di mons. Ficarra da cui trasse lo spunto per il libro e la splendida disquisizione sull’incertezza della politica italiana».

– Vi siete, poi, rivisti negli ultimi anni a Roma quando lui era deputato.

«Ci vedevamo a pranzo, qualche volta mi invitava in un ristorante nella piazza del Pantheon, (ricordo che andava matto per le mozzarelle ovoline...) altre volte lo invitavo a casa mia. Di questi incontri uno, in particolare, non dimenticherò mai: eravamo a tavola quando nel Tg delle 13,30 venne data la notizia che il Governo non avrebbe trattato con i terroristi per il sequestro di Moro; lui cambiò espressione, si rabbuiò, posò la forchetta sul piatto e proferì poche parole: questa è la condanna a morte di Aldo Moro. Non mangiò più e mi chiese di riaccompagnarlo in albergo, al Plaza, in preda alla tristezza. Da allora si dedicò a questo caso, volle essere eletto al Parlamento per capire dal di dentro questa vicenda. In lui era grande l’anelito etico, la rabbia dello scrittore nasceva da questo, dal confronto fra le sue aspirazioni di un mondo più giusto e la triste realtà».

– Lui scriveva molte lettere ad amici e colleghi, migliaia le missive dei suoi epistolari; intercorse anche fra di voi un carteggio?

«Ho ricevuto dodici lunghe lettere da lui che conservo gelosamente. Ne ricordo alcune in particolare, quella in cui mi dice che un grande amico comune, che avrà un grande ruolo nella sua vita, padre Gufaro, lo avvisava della nascita di mia figlia. Padre Gufaro era un Redentorista che gli presentai io, fra i due scattò un’amicizia fortissima, lui era prete dei poveri, animato da grande forza evangelica. Sciascia aveva un grande senso del mistero, religiosità che viene confermata da una lettera che mi inviò la moglie Maria in cui mi diceva che aveva letto un articolo di Mario Baudino sulla Stampa di Torino in polemica sui funerali religiosi di Sciascia, lei precisò che Leonardo non aveva mai detto di essere ateo, che si erano sposati in chiesa e che avevano battezzato e cresimato le figlie; che aveva una coscienza cristiana e che aveva ricercato per tutta vita la giustizia e la verità , in ogni campo compreso quello cattolico . In un’ intervista ad Ambroise inoltre lui stesso aveva dichiarato: “Leggo e rileggo i Vangeli quasi ogni giorno e nel momento in cui rallento, ritorno a dare la corda come un orologio che non si deve fermare”. Un'altra lettera che mi è cara è quella che mi scrisse in occasione della morte di mio padre che commentò così: “Ho saputo da Enzo Vitale della morte di tuo padre, mi dispiace molto, quando l’ho visto a Catania mi sembrava che stesse bene ma anche io in apparenza sto bene e invece sto malissimo, mi fanno male gli occhi…ho letto le Passioni di Petra, mi piace la tua sicurezza nel raccontare”. Aveva male agli occhi per il fumo che gli riempiva il corpo di veleno, che gli procurò anche uno sgretolamento delle ossa e un’occlusione delle arterie».

– Come ha saputo della sua morte?

«L’ho appreso da padre Gufaro che aveva sentito la notizia dal Gazzettino di Sicilia alle 7 mattina. Partì da Agrigento per andare alla casa di Leonardo a Palermo, benedisse la salma, aprì la strada verso la Madonna del Monte, la chiesa di Racalmuto in cui venne celebrato il funerale, dove concorse tutta la classe politica italiana da Mattarella a Craxi con la meravigliosa omelia del vescovo di Agrigento, Mons. Carmelo Ferraro, il cui testo mi mandò per lettera. Ferraro disse che il calice artistico con cui officiò la messa gli era stato donato da Sciascia e ribadì il fatto che leggeva spesso i Vangeli “in essi trovo una regola”. Sulla sua tomba Leonardo volle che fosse incisa questa frase: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta” a conferma dell’idea della sopravvivenza dell’anima oltre la vita terrena. Come scrive anche Pietrangelo Buttafuoco in questi giorni sul Corriere: “La sua stessa tomba, al cimitero del paese, è abbagliante di chiarore e lumi. Composto nel sepolcro con le mani strette a un crocifisso d’argento reclama con Pascal la possibilità di una scommessa: l’eventualità del Cielo».

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