Domenica, 19 Settembre 2021
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IL MITO E NOI

Cassandra a Kabul. Questo non è un Paese per donne

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Sono stipate nelle tende sporche e sdrucite le donne della città conquistata. Alle loro spalle si levano lingue di fuoco; la cenere nera ferisce gli occhi, affanna il respiro, è un peso sul cuore. Il fuoco, beffardo, illumina le armi degli sconfitti; sulle navi, i vincitori le ammassano con gli ori razziati, in attesa dei venti propizi per prendere il largo. Ridono, gridano ordini; è il suono volgare della vittoria, che irride, arrogante, il dolore di vinti. Le donne, dentro le tende, si concentrano caparbiamente sul fluire cupo del fiume, ne fanno il bordone del loro dolore. E col dolore, esorcizzano la paura.

Gli altari grondano sangue, compreso quello del re: nessun rispetto per i diritti dei supplici ha fermato la furia degli invasori. Le statue degli dèi, abbattute, precipitano sulle rovine fumanti, giurando vendetta. Le donne sanno che certi atti non possono restare impuniti, ma quando questo avverrà per loro sarà ormai troppo tardi. Intrappolate nel tempo immobile dell'attesa, in quel territorio limitrofo che è ancora Troia ma non appartiene più a loro, sono consapevoli tutte - nubili e vedove, giovani e vecchie, ancelle e regine - che è la schiavitù il loro futuro comune. Probabilmente, mentre tremano a ogni scalpiccìo dei soldati e il bagliore sinistro che squarcia il buio delle tende le fa sobbalzare, i capi greci, seduti in cerchio, se le stanno spartendo. Chi è anziana attingerà acqua alla fonte, servendo alla casa del padrone; chi è giovane, servirà al suo letto.

Presto l'araldo Taltibio verrà ad annunciare chi dei capi ha scelto ciascuna di loro, o a chi ne ha assegnata un'altra la sorte. Poi troveranno posto sulle navi nemiche, primizie del bottino di guerra. Non è un mondo per donne, quello, non è un tempo per loro. Lo sa Cassandra, la sacerdotessa di Apollo, che ha già conosciuto la violenza degli uomini. L'ha condotta alle tende, trascinandola per i lunghi capelli, Aiace Oileo, dopo averla strappata dall'altare di Atena. Ancor prima, però, era stato Apollo a insegnarle che una donna non può ribellarsi al desiderio maschile, quando le ha donato l'arte profetica e lei ha rifiutato di concedersi a lui in contraccambio: il dio ha disposto che nessuno le creda e così il suo sapere si è fatto, da privilegio, stigma, sospetto, follia.

Ora Cassandra subisce l'estremo oltraggio, diventare la concubina del capo della spedizione nemica (ma sa, nel suo delirio profetico, che a liberarla ci penserà la morte e che con lei morirà il suo signore): quel sovrano alto e tronfio che non ha esitato a sacrificare la propria figlia al potere, che ha rifiutato ostinatamente finché ha potuto di restituire al padre, un sacerdote di Apollo, Criseide, diventata sua schiava («la raggiungerà la vecchiaia... lavorando al telaio e frequentando il mio letto», aveva risposto sprezzante) e ora non esita a violare, per analogo capriccio, una sacerdotessa del dio.

Non è un mondo per donne, quello in cui vive Cassandra. Non lo era neppure per la sorella Polissena, immolata sulla tomba di Achille, il nemico che le ha ucciso il fratello, di cui aveva respinto l'amore; non lo è per Andromaca, la vedova di Ettore, caricata su un carro con le armi del morto, preda di guerra del figlio di Achille. La mite Andromaca, la moglie perfetta, felice di occupare in silenzio quello spazio domestico che è il solo concesso alle donne, ora chiamata a violare il suo letto nuziale; Andromaca ribelle e aggressiva, che prova ripulsa al solo pensiero di essere toccata da mani diverse da quelle di Ettore; Andromaca senza scampo, che opponendosi può solo aggravare la situazione del figlio: ché le si stringe atterrito alle vesti, come un uccellino sotto le ali materne, quel bambino che sa di latte, di fresco, di buono, e lei non è in grado proteggere dall'orrore.

Se solo potesse affidarlo a qualcuno; se solo ci fosse un filo spinato davanti a loro, invece del mare, e, oltre quel filo, una via di scampo, un aereo già in pista pronto a prendere il volo, come sperano, straziate, le madri a Kabul...

Non è un mondo per madri, quello in cui vivono le prigioniere troiane, non è un mondo per donne. Non lo è neppure quello del 415 a.C., quando va in scena il dramma di Euripide che le vede protagoniste, a denuncia delle aberrazioni a cui può portare la guerra e di cui gli Ateniesi stessi si erano macchiati dopo la presa di Melo e Scione. E non lo è ancora neppure il nostro. Un erudito di età ellenistica giudicava “sconvenienti” per il capo degli Achei le parole con le quali quest'ultimo nega la restituzione di Criseide al padre: eppure, quanti Agamennone hanno attraversato - e continuano ad attraversare - la storia, in epoche in cui certi valori avrebbero dovuto essere definitivamente acquisiti?

Penso alle ianfu, le “donne di conforto” dei soldati giapponesi, reclutate alla stregua di prostitute con la coercizione e l'inganno durante la seconda guerra mondiale. Penso alle “schiave” di Foca, le donne vendute nelle “case degli stupri” o date in premio ai loro uomini dai capi delle milizie serbo-bosniache per violenze di gruppo. Oggi, penso soprattutto alle donne afghane, censite per diventare “mogli” di esponenti del nuovo Emirato islamico: nubili e vedove tra i dodici e i quarantacinque anni, donne in età da marito e non ancora sfiorite, non ancora o non più proprietà di nessuno, come le prigioniere troiane. E penso alla paura che le attanaglia, al desiderio, che condividono con le loro sorelle del mito, di diventare invisibili, di venire dimenticate in quella zona di confine tra schiavitù e libertà in cui si è trasformata, da rifugio sicuro, la loro casa, dacché gli studenti coranici sanno chi sono.

La loro casa, le cui pareti si assottigliano a ogni minuto che passa, a ogni nome di donna aggiunto alla lista, sempre più simile a una tenda sulla spiaggia di Troia. Ecco Fatima, a Herat, che chiude in un cassetto, insieme a tutti i suoi sogni, il sorriso del ragazzo che le fa battere il cuore, un giovane biondo che era disposta a cercare per tutta la vita, rifiutando altri uomini. Nel frattempo, a Kabul, Sakina piange straziata dietro il filo spinato; la sua piccola è in salvo, una donna dalle braccia forti la porta verso una speranza di vita, in un luogo in cui potrà ridere, studiare, contestare, truccarsi, amare. («Non piangere, piccola mia, non odiarmi, c'è solo morte, qui. Forse un giorno mi potrai perdonare»). E poi, c'è Halima: impila sul tavolo libri e quaderni, allinea squadre e compassi, li sfiora col dito, li guarda.

Chissà, forse Cassandra lo voleva per questo, il sapere profetico: per essere libera dal predominio degli uomini. Ma adesso, anche Cassandra deve salire sulla nave del re, e Taltibio la attende, porgendole uno stacco di seta colore del cielo e del mare. Cassandra si strappa dalla fronte le bende del dio, rinuncia per sempre al sapere, e scompare nel burqa.

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