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E se i trucchi di teatro diventano strumenti di morte? Camilla Läckberg e il killer illusionista

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L’idea fulminante de “Il codice dell’illusionista” è quella di aver voluto lavorare sul concetto di un trucco di magia finito nel peggiore dei modi
Camilla Läckberg, Sicilia, Cultura
Camilla Läckberg, Il codice dell'illusionista (Marsilio, pagine 720, euro 22)

Magia o illusione? Quando cade il sipario, un attimo prima degli applausi di sollievo, la domanda aleggia sul pubblico in sala. I grandi maghi – Harry Houdini, in primis – sfidano la morte a viso aperto, osando sino al limite e ben oltre. Ma cosa succede se le scatole magiche e i trucchi escono dal teatro e diventano uno strumento di morte? Ruota su questa inquietante domanda “Il codice dell’illusionista” (pubblicato da Marsilio, tradotto Laura Cangemi e Alessandra Albertari) il nuovo thriller firmato dalla regina del crime scandinavo, Camilla Läckberg, in cui appare una inedita coppia di investigatori: la poliziotta Mina Dabiri e il mentalista Vincent Walder, uniti nella caccia ad un serial killer sanguinario.

Il racconto parte con un brutale omicidio, l’assassinio di una donna, rinchiusa in una cassa di legno – una cosiddetta “sword box” – con il corpo trafitto da diverse spade, come in un trucco di magia finito tragicamente. E ancora, un corpo tagliato a metà – il trucco della “zig-zag lady” – e un orologio lasciato accanto al terzo corpo mentre l’adrenalina sale, dando il via ad un terribile conto alla rovescia. Comprensibilmente, la polizia di Stoccolma rimane perplessa e le indagini vengono affidate ad un team di cani sciolti che chiamerà in causa Walder – un vero conoscitore del linguaggio del corpo e del mondo dell’illusionismo – lanciandosi sulle tracce del killer, che intanto è a caccia di nuove prede per realizzare altri truci fantasie.

Nel mondo del thriller nordico – che ormai domina incontrastato il mercato in libreria e la produzione di serie tv – , il nome di Camilla Läckberg è una garanzia assoluta con 29 milioni di copie vendute il ben 60 paesi e “Il codice dell’illusionista” – diciamolo senza fronzoli – è una sfida ambiziosa ma vinta con successo. Con questo titolo l’autrice svedese ha dato il via al primo capitolo di una trilogia scritta a quattro mani con il mentalista connazionale Henrik Fexeus, riuscendo a creare una immediata empatia con la detective Mina Dabiri, una donna forte e consapevole del proprio ruolo in divisa, ma ossessionata dai germi e incapace di gestire qualsivoglia contatto fisico, in un continuo balletto fra la necessità di svolgere il proprio dovere e l’impulso a fuggire via, mettendosi in salvo e assecondando la propria fobia di sentirsi «pulita e decontaminata […] come una tela liscia priva di qualsiasi impurità».

Al suo fianco Walder, un grande professionista capace di ammaliare la folla sul palcoscenico ma che rivelerà altre fragilità, assillato dall’ordine e dalla simmetria degli oggetti che lo circondano. Tutto ciò crea una coppia di protagonisti zoppicanti, frangibili e finalmente umani, in cui noi lettori – specie adesso, fra gel e mascherine – possiamo riconoscerci, condividendo anche una certa misantropia.

L’idea fulminante de “Il codice dell’illusionista” è quella di aver voluto lavorare sul concetto di un trucco di magia finito nel peggiore dei modi – unendo la penna dell’autrice alle conoscenze di Fexeus – facendo entrare in scena un killer che ingaggerà una lotta con Dabiri e Walder, una contesa che metterà ogni cosa a repentaglio. Ma non solo, perché i due co-autori sono riusciti anche ad inserire altre istanze della società che cambia davanti ai nostri occhi e così nel team dei poliziotti che indaga troviamo anche il classico esempio dell’uomo misogino che considera le colleghe come corpi da spogliare e da cui trarre piacere (e senza fare alcun spoiler, sappiate che verrà messo in riga!).

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