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Tre romanzi brevi ripubblicati da Sellerio. Torniamo alla prima indagine di Montalbano

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Sembra di stare sulla macchina del tempo a rileggere di un Montalbano giovane in “La prima indagine di Montalbano”, tre storie rieditate da Sellerio (ma non le prime con Montalbano, la cui epifania avviene con “La forma dell’acqua”, 1994) o meglio tre romanzi brevi, scritti in realtà in periodi diversi, avvertiva Camilleri nella nota in calce del 2004, lo stesso anno in cui cominciava a scrivere “Riccardino”, l’ultima indagine di Montalbano nel volume uscito postumo.

Quasi come se il maestro avesse voluto fissare nello stesso tempo in una costruzione ad anello le origini e la conclusione del suo personaggio. Le tre storie hanno un elemento in comune, spiegava ancora nella nota: «Non sono imperniate su delitti di sangue, una scelta voluta (e anche un rischio voluto), ma il perché non so spiegarmelo fino in fondo. Forse una specie di rigetto, del resto i morti ammazzati, nelle mie storie, sono sempre stati un pretesto».

E tuttavia ciò non significa che in queste prime tortuose indagini che mettono alla prova l’intuito e la tensione razionale del commissario non vi siano crimini, e che il male, l’«iniquità», come la chiama un Salvo d’etica manzoniana, non s’insinui, nella sua serpentina ordinarietà, o non si radichi tra le persone comuni. Perciò al giovane commissario – questo il paradosso – non interessa tanto la legge quanto la giustizia. E di conseguenza, insieme a una certa sfiducia verso chi deve amministrarla, la giustizia, e a un’evidente insofferenza verso la lentocrazia, Salvo si concede, e concede alla squadra, saltafossi e farfanterie.

Una forma di «illegalità calcolata», scrive Salvatore Silvano Nigro, messa in scena dal commissario con sorniona disinvoltura, ma necessaria per «sdipanare le trame più insidiose». Che poi il commissario si diverta a escogitare carichi da undici, che abbia la gana di babbiare, ciò è dovuto al suo carattere e anche alla baldanza giovanile di trentenne, ma diventerà “metodo” per districarsi negli intrecci del crimine, pure quando esso sembra costruito dal caso.

Niente di strano dunque che un Montalbano votato a Borges, autore spesso da lui convocato, perché «ti obbliga sempre all’esercizio dell’intelligenza», rifletta sulla necessità di tenere in giusto conto, nelle indagini, della percezione di un fatto, perché affidarsi solo ad essa può indurre in errore. Così in queste tre “strane” storie, pure di fronte a fatti casuali ma che casuali non sono, il commissario più amato d’Italia mette in moto gli ingranaggi «dintra al sò ciriveddro»:

“Sette lunedì” è una vicenda di “omicidi” di animali di progressiva grandezza, dietro alla quale ci sta una condizione di ordinaria follia, “La prima indagine di Montalbano” ha al centro una giovane ragazza abusata intorno alla quale sta un mondo di torbidezze, e “Ritorno alle origini” è un giallo famigliare con implicazioni mafiose, con la scomparsa di una bambina. Per il resto c’è tutto Salvo, con la sua colorata squadra, coi sensi all’erta pure quando crolla in un «sonno piombigno», con il gusto sanguigno della buona tavola e... delle tentazioni.

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