Giovedì, 19 Maggio 2022
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IL COMMENTO

L’editto di Segesta, prove tecniche di “regime” culturale

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Il governo regionale ha cancellato la mostra nel parco archeologico dopo il giudizio negativo di Sgarbi

Icaro è morto a Segesta. Che dire, ora sì che è stato fatto un capolavoro nel parco archeologico! Le ragioni che hanno mobilitato in prima persona il Presidente Musumeci, con conseguenti provvedimenti, sono da Ancien Régime della cultura: "Condivido le osservazioni di Vittorio Sgarbi. La sacralità laica dei nostri Parchi archeologici non ammette contaminazioni di altre iniziative culturali". E come se il tutto fosse avvenuto all’insaputa dell’Assessore Samonà, che invece aveva elogiato l’iniziativa, si taglia corto con un accentramento che decapita ulteriormente l’autonomia dei direttori rimettendo in capo al Dipartimento ogni futura autorizzazione di allestimenti di arte contemporanea nei parchi. Tutto il contrario di quello che avrebbero  dovuto essere questi istituti nella mente dell’illuminato legislatore del 2000. Ma anche in quella dello stesso Musumeci, che dall’ora dell’insediamento ha fatto dei parchi e della loro autonomia una bandiera culturale del suo mandato. Mentre si sono ben guardati dal realizzare l’autonomia finanziaria, cancellano quella scientifica.

Se fosse stato per questo Governo nel 2011 non ci sarebbe mai stato nella Valle dei Templi Igor Mitoraj, scultore polacco di fama mondiale, che ha tradotto in un linguaggio di matrice classica l’ansia della contemporaneità. Icaro non sarebbe mai caduto in terra di Sicilia a mostrarci nel bronzo superbo le nostre fragilità. Ma senza andare così indietro negli anni, in un altro parco archeologico, quello di Naxos Taormina, l’estate scorsa erano state esposte le sculture di Pietro Consagra e di Umberto Mastroianni. Il “dialogo” in quel caso era con il Teatro antico. La questione non cambia. Lorenzo Zichichi, ideatore della mostra del 2011 nel parco di Agrigento, usa parole che per restare in tema possiamo dire di misurata classicità: “La contaminazione dell’arte contemporanea nei siti archeologici serve a rinvigorire l’interesse per l’Antichità e a esaltare la continuità artistica della creatività, ma bisogna saperla fare, individuare gli accostamenti, calibrare le scelte”.

Di questo avviso era anche l’allora Soprintendente Speciale per i Beni Archeologici di Roma, Angelo Pellegrino, che in occasione della prima mostra di arte contemporanea al Museo dell’Area Archeologica di Ostia, nel 2012 ne sottolineava la “modalità innovativa rispetto ai criteri in genere adottati per eventi espositivi di tal genere: cioè non il forte contrasto ad effetto, ottenuto accostando opere realizzate in tempi diversi (separate nel tempo da oltre due millenni), bensì l’intima fusione tra i due generi artistici. Infatti i dipinti di de Conciliis si inseriscono molto discretamente, quasi con pudore, tra i solenni pezzi scultorei, senza disturbare la superba esibizione di se stessi".

A Segesta se non si può parlare di certo di “pudore” o “discrezione”, anche il contrasto ad effetto resta fine a se stesso.  Le immagini del “tubo” che punta sul tempio sono ciò che in gergo si chiama “foto-notizia”: non servono didascalie, parlano da sole. Tant’è che anche ai semplici osservatori sui social sono subito apparse offensive del sito archeologico. Musumeci dice di “condividere le osservazioni di Vittorio Sgarbi”. Ma Sgarbi ha detto altro. Nel post su facebook del 20 aprile scrive: “perché violare la sacralità di luoghi così pieni di poesia e bellezza con queste mostruosità?”. E tornandoci ieri: “le opere come cannoni davanti al Tempio per ragioni di puro mercato!”. È allo specifico caso che si riferisce, non emette un editto di condanna in assoluto, come fatto da Musumeci quando asserisce che “la sacralità laica dei nostri Parchi archeologici non ammette contaminazioni di altre iniziative culturali”. Tanto è vero che nulla ha avuto da eccepire il critico d’arte in merito alle mostre nel parco di Taormina. Poco importa se contro la bocciatura di Sgarbi si leva qualche voce a magnificare la sequenza di luci rosse sulle colonne del tempio che a me, invece, ha evocato la dinamite piazzata dall’Isis sui templi di Palmira. Non è una questione di gusto soggettivo.

È un gesto oscurantista quello compiuto a Segesta. Nessun “dispetto”  ai valori monumentali e del paesaggio è sovraordinato all'indipendenza dei tecnici dai politici, di un direttore di un parco dal Governatore di una Regione. Per l’“errore” di uno tutti gli altri direttori pagano una centralizzazione delle decisioni che imbavaglia la loro autonomia scientifica sancita dalla legge regionale (20/2000).

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