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La foto del giorno: un simbolo, sì, ma della resistenza umana e del perdono

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La conosciamo tutti. È finita su innumerevoli giornali e riviste, antologie e muri. È stata, è un’icona. Un simbolo.
Dell’insensatezza della guerra, del suo potere di sconvolgere le vite. La bambina vietnamita che corre, nuda e urlante, in mezzo ad altri bambini, alle spalle il fumo delle bombe. Lei si chiama Kim Phuc, quella storica foto, “Napalm Girl”, fu scattata 50 anni fa dal fotoreporter dell'Associated Press Nick Ut (61 sue foto sono in mostra a Milano, a Palazzo Lombardia, fino al 31 maggio, col titolo «From Hell to Hollywood») e gli valse il Pulitzer nel 1973.

Ma guardatela adesso, quella foto che fa da sfondo al volto di Kim Phuc oggi. Sì, è sopravvissuta a quei giorni (appare in altre delle foto in mostra, sia di allora che dopo, da adulta). Sì, è diventata una sorta di testimonial.
«La mia storia è cominciata con un bombardamento e una foto. Io sono solo uno di quei bambini che hanno sofferto e soffrono nelle guerre. Un'icona. Come la mia foto. - ha detto Kim –  È cominciata così la mia vita di testimonianza. La prima volta che ho visto la mia foto, con me nuda, sono rimasta scioccata. Mi sono sentita così in imbarazzo, così vulnerabile. In seguito ho affrontato tanto dolore, traumi, incubi. L'arte della vita è vivere con amore, speranza e perdono perché solo questo può davvero cambiare il mondo».

In quello spazio invisibile, tra la bambina urlante e il volto di donna di oggi, lì è la storia di Kim, lì non c’è il vuoto ma anni di «arte della vita», a fare i conti con la guarigione, difficile e dolorosa, del corpo e quella, ancora più difficile, dell’anima. Perché la guerra, nei corpi, nelle menti, nei paesi, può durare per anni e anche per sempre, pure una volta finite le bombe. E senza amore, speranza e perdono non se ne uscirà mai.

Ecco perché fare le guerre è facile, uscirne chiama in causa ogni risorsa del mondo attorno e dentro, ed è difficilissimo.
Ma possibile. Parola di Napalm Girl, di Peace Girl.

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