Mercoledì, 10 Agosto 2022
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Ma siamo ancora «on the road» con Kerouac

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Nel centenario della nascita dello scrittore

Eppure il suo miraggio letterario lo portava a Proust, all’idea che i suoi romanzi non fossero in realtà che un lungo (e indeterminato) testo unico, cosa che nessun editore fu disposto ad assecondare. Ma si trattava di un paragone formale, anche se sentito. Perché nei suoi romanzi, più che il passato (che in qualche modo lo aveva bloccato, specie con il dolore, mai sopito, della scomparsa del fratello maggiore ancora bambino) e il tempo perduto, contava il presente, in costruzione perenne. Cioè il modo verbale indicativo, in costante formazione e variazione, capace di portarci in maniera immediata a un nuovo assetto di vivere o a darcene l’illusione, in grado di rimanere acceso a ogni delusione che l’esistenza ci pone davanti. Jack Kerouac (Lowell, 12 marzo 1922 – St. Petersburg, 21 ottobre 1969), lo scrittore americano di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita, è considerato il profeta della beat generation, raccontata nel suo romanzo più famoso “Sulla strada” (On the road), manifesto di quei giovani che, all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso, cercarono di uscire dal conformismo triste (e spesso velleitario) di una società che cercava basi su cui sostenere una rinascita economica e, in qualche modo sociale, più che culturale, più moralistica che etica.
Il viaggio senza meta, fra il 1947 e il 1950, raccontato in prima persona da Kerouac con lo pseudonimo di Sal Paradise (Paradiso non è una scelta casuale), non è un insensato percorrere da emarginati gli Stati Uniti in lungo e in largo – su pullman, in autostop e in treni merci – ma è il simbolo vivo di una ricerca, soprattutto di tipo mistico-spirituale, come aveva già intuito benissimo Fernanda Pivano nella sua prefazione alla prima edizione italiana, pubblicata nel 1958.
Si può dire che le avventure di Sal e del suo grande amico Dean – ladro di auto, poeta mancato e tanto affamato di vita da essere “condannato” all’autodistruzione – , così prive di qualsiasi comune senso morale, hanno comunque un fortissimo afflato etico, perché se la realtà non ci accontenta, è meglio essere pionieri di un qualcosa ancora tutto da trovare. Infatti la citazione più celebre di “Sulla strada” è sempre stata questa: «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati». «Dove andiamo?». «Non lo so, ma dobbiamo andare».
È quasi un imperativo categorico kantiano, una missione. Anche una contestazione ma non solo, quindi, come la superficiale lettura del movimento beat ha tramandato; Kerouac aveva usato il termine quale contrazione della parola «beatific», in sostanza «beato», partendo dal suo personalissimo senso del cristianesimo, da cui non si è mai sganciato, a poco a poco mescolato con la sua passione per il buddismo e per la meditazione, pratica che poi – rovinato dall’alcol più che dalle droghe – non era in grado di reggere (ha raccontato la sua ricerca buddista nel romanzo «I vagabondi del Dharma»).
Questa esigenza vitale tra contestazione e ricerca, nell’occasione del centenario rilancia le qualità dei contenuti di Kerouac, che scrive come in una jam session del suo amato jazz. Si vorrebbe ricordarlo per ciò che rappresenta, per il suo valore storico-letterario, per la testimonianza che ci tramanda, invece l’attualità, così drammatica e triste, ci dice che il suo modo indicativo deve essere ancora alla base della nostra vita.
«Non c’era posto dove andare se non dappertutto», è scritto in “Sulla strada” e in qualche modo ci riporta all’invettiva che un grande amico di Kerouac, il poeta Allen Ginsberg, anch’egli immortalato, come altri poeti e scrittori della generazione beat, nel romanzo con il nome di Carlo Marx, lanciò nella poesia “America”: «Va’ a farti fottere dalla tua bomba atomica!». Era il 1956, l’anno precedente alla pubblicazione del romanzo di Kerouac. Ma potrebbe essere oggi.
Anche se lo scrittore non è l’esempio di chi ha trovato la meta, considerato che, ottenuto il successo, ne è stato travolto fino a morire alcolizzato; anche se, pure del suo viaggio in Italia nel 1966 rimane un’intervista televisiva (della Pivano) da uomo sconnesso dalla realtà, lui e la sua opera rimangono un simbolo non solo per Bob Dylan, i Beatles o David Bowie, artisti che lo hanno sentito vicino, ma per tutti noi che ci illudiamo di essere sempre connessi, nei vari sensi possibili.
È vero che la semplicità etica di Kerouac apparentemente contrasta con le avventure di Sal e Dean, vissute senza freni inibitori, ma il valore simbolico della ricerca è talmente forte da essere ancora un monito e un insegnamento. E lo è stato anche in quelle che possono sembrare curiosità, ma invece sono sostanza.
Come il fatto dei mille mestieri attraversati instancabilmente prima della consacrazione letteraria, con maggiore soddisfazione per quello di frenatore nelle ferrovie; come la circostanza, leggendaria ma in parte autentica, che nel 1951 Kerouac scrisse di getto (in realtà trascrisse dai suoi quaderni di appunti), prima di più versioni, “Sulla strada” su un unico rotolo di carta da telescrivente lungo 36 metri (qualche anno fa venduto all’asta per due milioni e mezzo di dollari).
E ancora fa pensare il fatto che talvolta sia stato accusato di essere di destra sol perché non rientrava nei canoni troppo precisi della sinistra dura e pura.
Infine è l’oggi che ci fa capire perfettamente come l’accusa di non aver dato un senso finale al suo andare e venire on the road, è solo la convenienza di coloro, quasi tutti per la verità, che preferiscono, o meglio preferiamo, vivere il più comodamente possibile, lasciando che dittatori, talvolta simildemocratici, costruiscano gli argini da dentro i quali non saremo più capaci di andare, quando capiremo che «dobbiamo andare».

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