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La “burla d’arte” del messinese Mosè. Ma non era giapponese

Un autore immaginario trattato, nel nostro mondo virtuale, come reale. Che poi sparisce e si rivela

Con uno stile che parte dal Gutainipponico (che esprime la massima libertà dell’artista) e attraversa l’arte gestuale, quella che in uno slancio fisico esalta il rapporto con la natura, il maestro giapponese Tetsuo Miyakoshi ha tentato la strada del successo in Italia. E ha suscitato un certo interesse. Rappresentato da Mosè Previti – storico dell’arte, critico e operatore culturale (oltre che musicista di valore: bassista dei Big Mimma) –, uno dei tanti messinesi che vive e opera in Lombardia, Tetsuo è stato intervistato, ha partecipato a una mostra a Palermo, ha venduto un’opera negli Stati Uniti, ha realizzato a quattro mani un libro-installazione di haiku intitolato “Vulcano”.
Poi è improvvisamente sfumato nel nulla, diventando rappresentativo del concetto dell’identità sfuggente, un rischio che tutti noi, un po’ Instagram e un po’ TikTok, corriamo quando ci troviamo a rincorrere un like o un follower, trascurando la nostra vera essenza. Così Tetsuo Miyakoshi, che avrebbe potuto rappresentare una classica burla artistica, è diventato emblema della difficoltà contemporanea di avere un’identità autentica, in grado di sfuggire al conformismo di un successo i cui canoni sono più sociali ed eterologhi che autenticamente personali.
È una conseguenza dell’età di mezzo che l’umanità sta attraversando, una sorta di nuovo medioevo, in attesa di un nuovo Rinascimento che inevitabilmente (almeno speriamo, fidando in corsi e ricorsi storici) arriverà.
Dunque, Miyakoshi non esiste, è un’invenzione sotto le cui spoglie si celava lo stesso Previti, all’inizio timoroso di uscire dal comodo guscio di chi si occupa d’arte senza avere velleità d’artista e in qualche maniera rimettersi in discussione per l’ennesima volta. Lui non è personaggio che sta comodo né nell’accademia né nell’abitudine. Ricordo che, quando ancora ambedue abitavamo a Messina (prima di ritrovarci adesso quasi vicini di casa, fra Lecco e Milano), mi incuriosì il suo essere fuori dagli schemi (quello che possiamo definire l’apparato burocratico ufficiale lo guardava in cagnesco, o almeno con diffidenza), la capacità di esprimere idee costruttive e indagatrici, condivisibili o meno, ma frutto di una voglia autentica di originalità.
Così in quella che definisce «una notte d’amore», nel 2017, Previti riversò su cartoncini plastificati bianchi, che a suo tempo aveva sottratto al fotografo Gianmarco Vetrano, l’inchiostro offset, che si era “guadagnato” come cliente della tipografia Stampa Open di Messina. È partita da lì un’avventura creativa che Previti avvertiva in parte altro da sé, tanto da attribuirla all’immaginario Miyakoshi.
Adesso ha fatto outing e ha creato un catalogo, liberamente disponibile sul sito mosepreviti.net/non-sono-giapponese, lasciando andare nel mondo «un’ulteriore versione di me stesso, felice di moltiplicare ancora una volta le possibilità di essere frainteso, di approdare a nuove metamorfosi e a nuove esaltanti scoperte».
E l’arte? Bisogna ammettere che c’è. L’indistinto proprio dell’informale si allarga in un impatto fra uomo e natura, tipico dell’istanza selvaggia dell’arte gestuale, invitando a un viaggio che si esplica – sia nel bianco e nero sia nel colore – al di fuori e all’interno di noi stessi. È un invito a ripensarci, perfino a ricostruirci, magari a diventare per un po’ “giapponesi” fino a scoprire nuovi spazi e nuove avventure. Che sono sempre possibili (schemi medioevali e fintocontemporanei, permettendo).

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