Mercoledì, 26 Febbraio 2020
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SUMMIT IN VATICANO

Pedofilia, il mea culpa del Papa e dei vescovi: "Non abbiamo protetto chi cercava aiuto"

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Papa Francesco

«Donaci il coraggio di dire la verità e la sapienza per riconoscere dove abbiamo peccato». È un vero e solenne «mea culpa» pubblico sulla piaga della pedofilia quello che Papa Francesco presiede con i capi degli episcopati e degli ordini religiosi, quasi a conclusione dello storico summit in Vaticano sulla protezione dei minori.

Dopo l’omelia di mons. Philip Naameh, presidente dei vescovi del Ghana, non manca, tra le pareti affrescate della Sala Regia, una commossa testimonianza sul devastante dramma: «l'abuso, di qualsiasi tipo, è l’umiliazione più grande che un individuo possa subire», racconta in spagnolo un giovane sopravvissuto.

E Francesco invita tutti all’esame di coscienza: «Per tre giorni ci siamo parlati e abbiamo ascoltato le voci di vittime sopravvissute a crimini che minori e giovani hanno sofferto nella nostra Chiesa. Ci siamo chiesti l’un l’altro: 'come possiamo agire responsabilmente, quali passi dobbiamo ora intraprendere?' Per poter entrare nel futuro con rinnovato coraggio, dobbiamo dire, come il figlio prodigo: 'Padre, ho peccato'. Abbiamo bisogno di esaminare dove si rendono necessarie azioni concrete per le Chiese locali, per i membri delle Conferenze Episcopali, per noi stessi. Ciò richiede di guardare sinceramente alle situazioni creatasi nei nostri Paesi e alle nostre stesse azioni».

Le domande da porsi le elenca un vescovo: «Quali abusi sono stati commessi contro minori e giovani dal clero e da altri membri della Chiesa nel mio Paese? Che cosa so delle persone che nella mia diocesi sono state abusate e violate da preti, diaconi e religiosi?». E ancora: «Come nel mio Paese la Chiesa si è comportata con quanti hanno subito violenze di potere, di coscienza e sessuali? Quali ostacoli abbiamo messo nel loro cammino? Li abbiamo ascoltati? Abbiamo cercato di aiutarli? Abbiamo cercato giustizia per loro?».

Altri interrogativi: «Nella Chiesa del mio Paese, come ci siamo comportati con vescovi, presbiteri, diaconi e religiosi accusati di violenze carnali? Come, nei riguardi di coloro i cui crimini sono stati appurati? Che cosa ho fatto di persona per impedire le ingiustizie e garantire la giustizia? Che cosa ho trascurato di fare?».

Si va avanti: «Nei nostri Paesi, quale attenzione abbiamo prestato alle persone la cui fede è stata scossa, che hanno sofferto e sono state indirettamente ferite da questi terribili fatti? Esistono delle forme di aiuto per le famiglie e i parenti delle vittime?». Infine: «Quali passi abbiamo intrapreso nei nostri Paesi per impedire nuove ingiustizie?».

La confessione delle colpe, inframmezzata dai «Kyrie, eleison» (Signore, pietà), al termine è drastica: «confessiamo che vescovi, presbiteri, diaconi e religiosi nella Chiesa hanno commesso violenze nei confronti di minori e di giovani e che non siamo riusciti a proteggere coloro che avevano maggiormente bisogno della nostra cura. Confessiamo che abbiamo protetto dei colpevoli e abbiamo ridotto al silenzio chi ha subito del male. Confessiamo che non abbiamo riconosciuto la sofferenza di molte vittime e non abbiamo offerto aiuto quand’era necessario. Confessiamo che spesso noi vescovi non siamo stati all’altezza delle nostre responsabilità».

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