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Gb, la premier May non molla: quarto voto sulla sua Brexit o elezioni

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Theresa May

Espugnare Westminster per sfinimento, pena la minaccia di sciogliere la Camera dei Comuni e bruciare le tappe verso il traguardo, temuto da non pochi deputati, delle elezioni anticipate nel Regno Unito. Sconfitta ieri per la terza volta in tre mesi sul suo accordo di divorzio dall’Ue, Theresa May non si rassegna e insiste - a tempo scaduto o quasi - a tessere strategie di emergenza sulla Brexit dal "bunker" al numero 10 di Downing Street, come qualche commentatore di spicco comincia velenosamente a chiamarlo.

A rivelarne le prossime mosse, sempre ammesso di riuscire a dar loro un seguito, è il ristrettissimo staff che circonda la premier Tory. Dalle cui pieghe si viene a sapere che la leader più traballante, ma anche più irriducibile, d’Europa avrebbe convinto il grosso del governo a tentare ancora una volta la sorte. E a rifiutarsi di accettare la morte della pluri-bocciata intesa raggiunta con Bruxelles a novembre: rimandando almeno per un pò quelle dimissioni che lei stessa ha promesso, seppure per un futuro indeterminato, e che un numero crescente di parlamentari - Conservatori ultrà in primis - evocano a voce sempre più alta come una liberazione, se non come una soluzione.

L’idea sarebbe quella di provare a resuscitare l’accordo riproponendolo la settimana prossima a Westminster in un ballottaggio con il piano B alternativo d’iniziativa parlamentare che dovesse emergere dalla nuova sessione di voti indicativi dell’aula in calendario per lunedì: si tratti di un piano per una Brexit più soft, come quelli concepiti dal leader laburista Jeremy Corbyn e da altri, o dell’indicazione (più problematica) d’un secondo referendum. La riduzione dello scarto nella disfatta ai Comuni, dai 203 voti di gennaio ai 58 di ieri, suggerisce d’altronde alle gole profonde di Downing Street la speranza, o l’illusione, che malgrado tutto «si sta andando nella direzione giusta».

Sebbene l’offerta dell’Ue di rinvio dell’uscita al 22 maggio sia a questo punto decaduta e a Londra resti solo fino al 12 aprile per decidere se e come uscire. Gli osservatori (e l’Ue) rimangono scettici. Difficile immaginare di scalfire il muro dei 34 conservatori - fra euroscettici super fanatici e pro Remain senza se e senza ma - che ieri sono tornati a condannare l’accordo, con il concorso degli alleati unionisti nordirlandesi del Dup testardamente ostili a un testo che continua a contenere la contestata clausola vincolante del backstop sul confine aperto fra Dublino e Belfast.

«È molto probabile che Theresa May ci voglia riprovare, ma la sua è una decisione presa nel bunker mentre il cerchio si stringe», taglia corto Laura Kuenssberg, political editor della Bbc, tratteggiando la figura del primo ministro in qualche modo prigioniera della bolla in cui vive. E forse dei suoi miraggi. Tutto intorno gli avversari intanto si muovono, sebbene a loro volta non privi di punti deboli. I sostenitori del referendum bis rilanciano, ma non possono prescindere - per avviare un percorso legislativo ad hoc - da una maggioranza parlamentare al momento incerta quanto quella inseguita dal governo in favore del piano May.

Mentre fra le ipotesi di Brexit light - dalla permanenza britannica nell’unione doganale, ben vista anche da Michel Barnier, al modello 'mercato unico 2.0' - non si riesce per ora a trovare un compromesso unificante. Con la spada di Damocle del no deal - auspicato apertamente dall’ala dura del Partito conservatore e da manifestanti come l'individuo che oggi ha bloccato per un pò gli Eurostar alla stazione di St. Pancras - tutt'altro che scongiurata.

E l’unica alternativa concreta d’un nuovo voto politico anticipato, il terzo in quattro anni, destinata ad affiancarsi fra mille complicazioni e inquietudini non solo a un rinvio prolungato del divorzio (se i 27 dell’Ue saranno disposti a concederlo all’unanimità) con annessa partecipazione ulteriore britannica alle elezioni europee di maggio. Ma anche al dubbio che nemmeno le urne siano in grado alla fine di sciogliere i nodi.

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