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Tregua tra Israele e Hamas, si fermano razzi e raid

Torna la calma con Gaza. Dalle 4.30 (ora locale) della scorsa notte la pioggia di razzi su Israele si è fermata e sono cessati gli attacchi dell’esercito israeliano sulla Striscia. Ancora una volta la mediazione dell’Onu e dell’Egitto ha spento la tensione riportando una quiete che non pochi, tuttavia, definiscono fragile. L’annuncio del cessate il fuoco è arrivato dalla tv di Hamas, ma è stato alcune ore più tardi l’esercito israeliano - vista la mancanza di contatti diretti tra le parti- a dare la conferma che l’intesa era effettiva. «Dalle 7 - hanno comunicato le forze armate (Idf) - ogni restrizione protettiva sul fronte interno è tolta».

L’ennesimo scontro era dunque finito. Difficile però archiviare circa 700 razzi lanciati in due giorni sullo stato ebraico (240 intercettati dal sistema di protezione Iron Dome), 320 raid di risposta su Gaza, 4 vittime israeliane (il maggior numero dalla sanguinosa guerra del 2014) da sabato scorso e 27 uccisi, nello stesso periodo, a Gaza di cui, per ammissione di Hamas e Jihad islamica, 10 miliziani (15 per Israele). Senza dimenticare le distruzioni civili nelle comunità israeliane più vicine all’enclave palestinese, bersagliate giorno e notte dai razzi. Hamas e la Jihad, dopo l’annuncio del cessate il fuoco, hanno subito cantato vittoria: i media a loro vicini hanno usato toni trionfalistici proclamando che «la resistenza ha conseguito un grande successo, e ha ottenuto gli obiettivi che si prefiggeva avendo sconfitto il nemico».

Secondo le stesse fonti, Israele si sarebbe impegnato ad estendere le zone di pesca di fronte a Gaza, ad introdurre nella Striscia nuove merci e a facilitare l’ingresso di aiuti finanziari dal Qatar. Il premier Benyamin Netanyahu ha parlato invece di «un colpo duro» inferto a Gaza ammonendo che «la campagna non è terminata. Adesso occorrono pazienza e ponderatezza». Poi ha rivendicato - indicando a quanto sembra le ragioni del cessate il fuoco - che "l'obiettivo era e resta garantire calma e sicurezza per chi vive nel sud di Israele». In Israele, però, non tutti sono stati d’accordo: l’opposizione ha attaccato l’operato del premier sottolineando che l’ennesimo round ha lasciato tutto come prima e che la calma non è stata affatto raggiunta. Proprio un esponente storico del Likud (il partito del premier) e acerrimo rivale di Netanyahu, l’ex ministro dell’Interno Gideon Saar ha lanciato la sfida. «Il cessate il fuoco, nelle circostanze in cui è stato raggiunto - ha denunciato - è privo di successi per Israele». Secondo Saar, i confronti armati con Hamas si stanno ripetendo a un ritmo crescente e «le organizzazioni terroristiche si rafforzano».

«Il confronto con loro - ha concluso attirandosi le ire degli altri esponenti del partito - non è stato evitato, ma solo rinviato». A rappresentare bene questa atmosfera ci ha pensato una vignetta del più popolare giornale israeliano, Yediot Ahronot, in cui si vedono Netta Barzilai, vincitrice della passata edizione dell’Eurovision Song Contest, e Kobi Marimi, candidato di Israele nell’edizione del festival in programma dal 14 al 18 maggio a Tel Aviv, sedere nel Consiglio di difesa del governo di ieri. Come a dire che l’esigenza di far svolgere la manifestazione - e anche la prossima festività dell’Indipendenza del 9 maggio - senza una guerra in corso, è stata più forte di ogni altra considerazione. Ed ha convinto Netanyahu a non spingere a fondo il pedale contro Hamas e Jihad, nonostante la ripresa degli omicidi mirati nei confronti dei loro dirigenti. Qualcuno ha obiettato che anche per le fazioni palestinesi ci fosse una remora a non proseguire nel conflitto: l’ingresso del mese sacro di Ramadan.

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