Martedì, 16 Luglio 2019
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IL DOPO MAY

Gb, corsa a due per Downing Street: sarà Johnson contro Hunt

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Jeremy Hunt e Boris Johnson

Sarà una resa dei conti fra i due ultimi inquilini del Foreign Office, Boris Johnson e Jeremy Hunt, a decidere il nome del prossimo leader Tory e futuro primo ministro britannico sul crinale della Brexit.

La corsa per la successione a Theresa May ha esaurito la sua macchinosa fase preliminare, quella delle votazioni segrete e delle manovre di palazzo in seno al gruppo parlamentare del partito di governo, e il verdetto è stato emesso: al ballottaggio di fronte alla base dei 160.000 iscritti, chiamati a votare dalla settimana prossima attraverso uno scrutinio postale il cui esito verrà annunciato dopo il 22 luglio, si allineano i due più pronosticati.

L’uno, Johnson, 55 anni appena compiuti, istrionico e popolare quanto divisivo ex titolare degli Esteri ed ex sindaco di Londra, indossa i panni del favoritissimo; l’altro, Hunt, 52 anni, figlio di un ammiraglio della Royal Navy, ex businessman e ministro di lungo corso, si presenta all’appuntamento della vita con l’etichetta da sfidante «serio» e nulla o quasi da perdere. Al ballottaggio si arriva dopo cinque scrutini condotti fra i 313 deputati conservatori per scremare gradualmente la lista iniziale dei 10 aspiranti.

Caduto Rory Stewart, il solo vero moderato rimasto in pista, contrario all’ipotesi anche solo teorica di una traumatica uscita dall’Ue senz'accordo (no deal), gli ultimi round hanno suggellato l’esclusione di due figure simbolo: dapprima il ministro dell’Interno, Sajid Javid, figlio d’immigrati pachistani musulmani e unico profilo estraneo alle elite dei rampolli bene allevati in scuole private come Eton e università come Oxford; poi quello dell’ambiente, Michael Gove, sodale di Johnson nella campagna referendaria pro Leave del 2016 e già protagonista tre anni fa di un clamoroso tradimento dell’undicesima ora, che allora costò all’ex amico la fine del sogno di Downing Street.

Gove, dato in rimonta, non ce l’ha fatta per appena due schede rispetto ad Hunt e il sospetto dei suoi è che qualche 'johnsoniano' abbia votato alla fine in modo tattico allo scopo di tenerlo fuori: per evitare una resa dei conti scomoda e consumare la vendetta a freddo. In ogni caso sarà 'Boris and Jeremy show'. Con una star e una comparsa, almeno in partenza, visto che Johnson scatta con oltre il doppio dei voti fra i parlamentari (160 contro 77) e tutti i sondaggi sugli umori degli iscritti favorevoli fino al dominio.

È lui l’uomo che promette di dare un’accelerata alla Brexit dopo lo stallo della stagione May, pur rimanendo evasivo quando non ambiguo sui dettagli; e di fare uscire finalmente il Regno dal club europeo alla scadenza del 31 ottobre, senza altre esitazioni o rinvii. Preferibilmente con un «nuovo accordo» (che Bruxelles insiste d’altronde di non aver la minima intenzione di rinegoziare).

Ma se necessario con quel no deal da cui la Bank of England continua a mettere in guardia il Regno, al pari dei 27; e contro il cui rischio il cancelliere dello Scacchiere uscente, Philip Hammond, capofila di ciò che resta delle colombe Tory, non esita ad avvertire di fronte al mondo del business di poter abbracciare alla disperata la causa di un referendum bis.

Mentre Hunt, sostenitore pentito del fronte Remain nel 2016 e neo brexiteer non estraneo a una buona dose di pragmatismo, avrà il suo bel daffare per cercare di rimontare affidandosi a una visione giusto un pò più cauta di quella di Boris: fatta di sfumature su possibili proroghe ulteriori dell’uscita dal club europeo limitatissime nel tempo; di appelli all’unità del partito, di richiami al buon senso; di autopromozione come candidato più affidabile per provare a fermare in caso di elezioni il Labour neo «marxista» di Jeremy Corbyn. «Vogliamo un confronto civile», è il refrain di tutti in queste ore.

Ma c'è da giurare che nelle settimane che restano prima del giudizio della 'vox populi' conservatrice ci sarà da attendere almeno il tentativo di qualche colpo a sorpresa. Sopra e sotto la cintura.

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