Sabato, 23 Novembre 2019
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ALLE URNE

La Spagna torna al voto, il quarto in quattro anni

Il voto di domenica, il quarto in quattro anni in Spagna, per il premier Pedro Sanchez va ormai oltre gli schieramenti politici: «Si vota - è stato l’appello di oggi - per avere finalmente un governo».  Nelle ultime battute della campagna elettorale il leader socialista ha tenuto il punto e, senza nemmeno troppi giri di parole, ribadito la volontà di tirare dritto verso un governo monocolore, nonostante i tentativi falliti nei mesi scorsi. Eppure poco sembra essere cambiato rispetto al 28 aprile scorso nelle previsioni per la ripartizione del consenso spagnolo: anche in questo caso, il partito socialista è dato in testa ma senza i numeri per una maggioranza solida, anzi con il rischio di ottenere anche meno di quei 123 deputati su 350 che non sono risultati sufficienti per dare stabilità alla Spagna.

Qualcosa è cambiato però nel Paese, con l’acuirsi della crisi catalana. E con i fatti delle ultime settimane - la condanna dei leader separatisti e le proteste di piazza a Barcellona - a molti è parso che la campagna elettorale sia stata presa in ostaggio dalla questione indipendentista. La sensazione, e l'indicazione che emerge dai sondaggi, è che questo clima abbia fatto guadagnare terreno alle destre, a partire dalla quella estrema di Vox, la formazione di Santiago Abascal che dopo l'exploit di aprile (quando è entrata per la prima volta in parlamento con 24 deputati) adesso potrebbe arrivare anche a raddoppiare i seggi. 

Vengono meno pure le buone notizie sul fronte economico che nel voto di primavera avevano favorito Sanchez e i suoi. E allora il braccio di ferro sembra essere tutto sulla gestione della questione catalana, come dimostrano anche le ultimissime polemiche prima del giorno di silenzio di prassi alla vigilia delle urne. La recente proposta di Vox di bandire i partiti indipendentisti è stata approvata dall’Assemblea di Madrid con i voti del Partido Popular e di Ciudadanos, in una sorta di patto delle destre che ha fatto scattare più di un allarme in casa socialista.

L’iniziativa non ha carattere vincolante né esecutivo, ma a poche ore dalle elezioni assume i contorni di un chiaro messaggio politico. Al quale Sanchez non ha tardato a rispondere: «Cominciamo ad essere testimoni di cose preoccupanti», ha commentato il primo ministro in un’intervista a Cadena Ser, definendo la risoluzione una «deriva reazionaria molto pericolosa». Nell’ultima conferenza stampa prima del voto, la portavoce della Moncloa, Isabel Celaà, ha quindi annunciato che il governo «studierà la risoluzione per capire se può essere impugnata». Questo prima di partire per Barcellona, dove non a caso Sanchez ha scelto di tenere l’evento di chiusura della campagna.

"Domenica siamo tutti convocati alle urne non per rispondere agli orientamenti della politica, giacché gli spagnoli lo hanno già fatto lo scorso 28 aprile e il 26 maggio, dando la maggioranza al Psoe. Gli spagnoli vogliono una risposta progressista ai loro problemi. In questione è il fatto se abbiamo un governo o no», è stato l’appello con cui il premier ha chiesto un mandato pieno. Ma il rischio di astensionismo è alto, data l’esasperazione degli elettori. E se i timori saranno confermati, a farne maggiormente la spese potrebbe essere proprio il Psoe. Intanto a Barcellona parte dalle prossime ore una massiccia operazione di sicurezza per garantire il regolare svolgimento delle operazioni di voto: oltre 8000 gli agenti mobilitati dalla polizia catalana.

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