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DEPISTAGGI

Caso Regeni, l'Egitto alza un muro sulle indagini: il fallimento della diplomazia

In Italia a breve il processo per i cinque 007 della National Security finiti sotto inchiesta per concorso in sequestro di persona

Italia e Egitto, da ieri, hanno deciso di separarsi consensualmente. Nella vicenda legata alla morte di Giulio Regeni, il 28enne ricercatore universitario scomparso al Cairo il 25 gennaio del 2016 e trovato cadavere il 3 febbraio successivo lungo la strada che collega Alessandria alla capitale egiziana, i due Paesi hanno reso noto di voler procedere ciascuno per proprio conto. In realtà, al di là dei ripetuti appelli alla reciproca collaborazione e alla ricerca comune di una verità giudiziaria, una fattiva unione tra Roma e il Cairo sul tema non c'è mai stata e non certo per mancanza di volontà dei magistrati di piazzale Clodio, i quali, dopo la rogatoria dell’aprile del 2019 rimasta inevasa, hanno annunciato che chiederanno a breve il processo per i cinque 007 della National Security finiti sotto inchiesta per concorso in sequestro di persona grazie al copioso materiale probatorio raccolto in questi anni dal 'pool' di investigatori di Ros e Sco. Prove che la controparte ha definito insufficienti a sostenere l’accusa in giudizio, mentre sarebbero ben solide - per gli egiziani - quelle che sono state alla base del primo, clamoroso depistaggio, relativo alla banda di criminali comuni uccisi dalla polizia nel marzo del 2016 e ritenuti responsabili del furto di alcuni documenti ed effetti personali riconducibili a diversi stranieri, tra cui Giulio. Alla fine di tutta questa storia chi ci rimetterà di sicuro saranno soltanto Claudio e Paola Regeni, i genitori di Giulio, che probabilmente mai sapranno il vero perchè del trattamento riservato al figlio dalle autorità cairote.

«Mentre la Procura di Roma sta portando avanti un lavoro meticoloso per far luce sull'omicidio di Giulio Regeni da parte dell’Egitto stiamo assistendo all’ennesimo tentativo di depistaggio, ciò lo riteniamo inaccettabile. Sono passati ormai 17 mesi dalla rogatoria inviata da Roma con cui si richiedeva al Cairo quantomeno l'elezione di domicilio dei 5 indagati e, ad oggi, non registriamo alcun tipico di collaborazione. Anzi l’Egitto sta facendo di tutto per ostacolare la ricerca della verità». Lo dichiarano in una nota i deputati del MoVimento 5 Stelle in commissione Esteri e i parlamentari sempre del MoVimento 5 Stelle presenti nella commissione di inchiesta Regeni. «Da Al Sisi non possiamo più accettare alibi: si deve cambiare marcia e pretendere fatti, e non solo parole di circostanza. Sappiamo anche che questo governo si sta impegnando in materia di diritti umani e per far emergere la verità sulla morte di Regeni. Va fatto ogni sforzo possibile: dobbiamo mettere in campo qualsiasi via pur di far luce su quel barbaro omicidio. Lo dobbiamo alla famiglia di Giulio e al nostro intero Paese», conclude la nota.

«Il sostanziale stallo dell’inchiesta della Procura di Roma sulla morte di Giulio Regeni, che si infrange sul muro di gomma delle autorità egiziane, così come il perdurante stato di fermo (oltre tre mesi) dei 18 pescatori di Mazara del Vallo a Bengasi, in Libia, sono figli di un ruolo sempre più marginale riservato all’Italia nel bacino medio-oceanico del Mediterraneo». Ne è convinto il Presidente del Consiglio regionale Fvg, Piero Mauro Zanin, per il quale «ritirare l’ambasciatore in Egitto stavolta è un obbligo non solo morale». «Va bene guardare con estremo interesse all’Europa centro-orientale, sfogo vocazionale soprattutto per il Friuli Venezia Giulia, ma è altrettanto fondamentale riappropriarsi di quella credibilità che avevamo fino a quando il Nord Africa non è stato destabilizzato dall’annientamento di Gheddafi», ha proseguito Zanini (FI). Per il quale non si tratta «solo di garantire giustizia alla famiglia, in quanto c'è in gioco l’attuale e futuro posizionamento dell’Italia nell’importante e baricentrico scacchiere Mediterraneo».

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