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AFGHANISTAN

Pentagono: "Gli ultimi aerei americani partiti da Kabul, finiscono 20 anni di guerra per gli Usa"

Gli ultimi aerei americani sono partiti dall’aeroporto di Kabul mettendo fine a 20 anni di guerra per gli Usa. Lo annuncia il Pentagono. 

Risale al 7 ottobre 2001 l’inizio dell’operazione "Enduring Freedom", quando, in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre, gli Usa attaccarono i talebani in Afghanistan accusandoli di fornire copertura ad Al Qaeda. I risultati sul terreno sembrarono arrivare in fretta. Dopo i primi attacchi aerei sulle postazioni talebane, le truppe occidentali e i loro alleati afghani conquistarono una dopo l’altra le roccaforti del regime, che capitolò il 9 dicembre 2001 con la resa di Kandahar e la celebre fuga in motocicletta del leader talebano, il Mullah Omar. Poco prima anche il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden, aveva lasciato il suo nascondiglio sotterraneo di Tora Bora e un governo di transizione era stato installato.
Fu però solo l’inizio di un logorante e difficilissimo tentativo di stabilizzare una nazione dove i talebani continuavano a controllare vaste aree e milizie fedeli ad Al Qaeda non cessavano di seminare terrore. L’8 agosto 2003 iniziò la missione della Nato, dopo che l’allora capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, aveva definito conclusa la fase dei «combattimenti su larga scala».

Il 1 gennaio 2015 l’operazione «Enduring Freedom» fu rimpiazzata dall’operazione «Freedom's Sentinel», con l’attività antiterrorismo e il sostegno e l’addestramento delle forze locali quali obiettivi principali.
Quando, il 20 gennaio 2017, Donald Trump giurò da presidente il ritiro era ormai in larga parte concluso. Gli uomini sul campo erano scesi a 9 mila, accompagnati da un numero analogo di contractor. La ripresa degli attacchi suicidi spinse però il nuovo presidente a valutare un nuovo aumento degli effettivi, sulla base delle condizioni sul terreno. Nel gennaio 2018 i talebani lanciarono un’offensiva che causò la morte di 115 persone nella capitale. Trump decise di concentrarsi sul prosciugamento delle risorse finanziarie delle milizie, distruggendo le coltivazioni di oppio e tagliando l’assistenza militare al Pakistan, accusato di sostenere gli estremisti. I talebani accettarono così di sedersi al tavolo della pace. Le storiche trattative iniziarono a Doha nel febbraio 2019 e sono ancora in corso, tra numerose difficoltà e una recrudescenza delle violenze nel Paese e l’avanzata degli 'studenti coranicì dalle campagne alle città.
La campagna in Afghanistan è costata, nel complesso, 785 miliardi di dollari agli Stati Uniti, secondo i dati diffusi dal Pentagono: 587,7 miliardi per l’operazione «Enduring Freedom» e 197,3 miliardi per «Freedom's Sentinel».

Mentre il Paese tentava una faticosa ricostruzione, Bin Laden continuò a farsi vivo con messaggi diffusi da località ignote e la violenza riesplose in tutto il suo furore nel 2006, anno segnato da centinaia di attentati suicidi e attacchi con esplosivi, nel complesso il quintuplo del 2005. La coalizione alleata iniziò a mostrare crepe, con alcuni Stati che smisero di nascondere il desiderio di tirarsi fuori. Il consenso dei talebani intanto prosperava sul numero di vittime civili causato dalle operazioni occidentali.
Nel 2009 il nuovo inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, non potè che promettere un impegno sempre più risoluto in Afghanistan, annunciando l’invio di altri 17 mila soldati da aggiungere ai 37 mila già presenti. A fine anno i militari statunitensi dispiegati nella nazione diventarono 68 mila. E Obama fu costretto ad annunciare l’invio di altri 30 mila uomini, un’escalation resa necessaria da un’insorgenza talebana ormai fuori controllo.

Dopo il vertice Nato del novembre 2010 che aveva fissato per il 2014 la cessione del controllo del Paese al governo di Kabul, la svolta arrivò nel maggio 2011 con l’uccisione di Bin Laden. Obama si impegnò a ritirare le 30 mila truppe aggiuntive e a Washington il dibattito iniziò a concentrarsi sulla fine della missione. La situazione era però così instabile che sarebbero passati altri tre anni prima che il presidente Usa stilasse un calendario per il ritiro del grosso delle truppe.

Intanto, il primo sforzo diplomatico internazionale sulla crisi afghana partorisce una dichiarazione di principi su diritti umani e impegni da rispettare da parte dei talebani ma non riesce a far decollare la 'safe zonè sotto il controllo Onu all’aeroporto di Kabul per garantire i corridoi umanitari dopo la scadenza del 31 agosto. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha infatti adottato una risoluzione in cui si «aspetta» che i talebani onorino la promessa di lasciar partire in modo «sicuro» gli afghani e gli stranieri che lo desiderano dopo il ritiro delle forze Usa e chiede una «rapida e sicura» riapertura dell’aeroporto di Kabul, senza esigere tuttavia la «zona sicura» proposta da Parigi. Nel documento si «chiede» inoltre che l’Afghanistan non diventi una base per i terroristi e che i talebani rispettino i diritti umani, compresi quelli di donne, bambini e minoranze, "incoraggiando» un accordo politico «inclusivo». Infine si auspica un rafforzamento degli sforzi umanitari e di lasciar pieno accesso all’Onu. Il testo, sponsorizzato da Usa, Francia e Gran Bretagna, lascia di fatto lo scalo nelle mani dei talebani e non specifica alcuna conseguenza per gli studenti coranici se non osserveranno i vari appelli. Tra l’altro Russia e Cina si sono astenute, suscitando l’irritazione di Washington, che sta cercando di di riprendere in mano il pallino di una crisi che ha minato la sua credibilità tra gli alleati. Sì, perché «una crisi più ampia è appena iniziata», ha avvisato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhr), secondo cui entro fine anno fino a 500.000 dei 39 milioni di afghani potrebbero fuggire dal Paese.

Di qui il suo appello affinché le frontiere rimangano aperte e più Paesi condividano «questa responsabilità umanitaria» assieme a Iran e Pakistan, che ospitano già 2,2 milioni di afghani. «Gli Stati membri devono onorare i loro obblighi in materia d’accoglienza di chi fugge dall’orrenda situazione in Afghanistan», gli ha fatto eco Dunja Mijatovic, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. La proposta di creare una zona sicura nell’aeroporto di Kabul, gestita dalle Nazioni Unite insieme a Turchia e Qatar, i due Paesi musulmani che hanno i rapporti più stretti con i talebani, era stata lanciata dal presidente francese Emmanuel Macron e subito sostenuta da Mosca, che però aveva chiesto altre due iniziative, alimentando più di qualche tensione con Washington: sbloccare le risorse monetarie afghane e avviare una conferenza internazionale.

«Se i nostri colleghi occidentali hanno davvero a cuore il futuro del popolo afgano, non dovrebbero creare ulteriori problemi a quella gente, come il congelamento delle riserve internazionali dello Stato afgano conservate nelle banche degli Stati Uniti», ha ammonito il rappresentante presidenziale russo per l’Afghanistan Zamir Kabulov, secondo cui lo sblocco aiuterebbe a rafforzare il tasso di cambio della moneta nazionale, che è crollato. Per discutere "la ripresa economica dell’Afghanistan» il Cremlino chiede inoltre la convocazione di una «conferenza internazionale» che veda innanzitutto la partecipazione «dei Paesi i cui eserciti sono stati di stanza lì per 20 anni e hanno fatto quello che vediamo oggi. È un punto d’onore e di coscienza correggere almeno alcuni degli errori che hanno fatto».

Nel frattempo Washington sta cercando di riprendere la guida degli alleati. Per questo il segretario di Stato Antony Blinken ha convocato una riunione con i ministri degli Esteri dei «partner più importanti», come Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Canada, Giappone, Turchia, Qatar, Unione Europea e Nato. In agenda il futuro dell’aeroporto di Kabul e i corridoi umanitari, dopo che oltre 100 Paesi hanno fatto sapere che i talebani si sono impegnati a facilitare l’uscita degli afghani che vogliono lasciare il Paese. Ma anche la necessità di coordinarsi sulle condizioni per un eventuale riconoscimento del governo talebano. «La nostra Ambasciata si è prontamente trasferita a Roma ed è pienamente operativa. Il nostro inviato speciale per l'Afghanistan è a Doha. È importante continuare a garantire uno stretto coordinamento anche lì e decidere una posizione comune" tra alleati «su dove collocare la presenza diplomatica. È fondamentale agire insieme nei confronti dei talebani. Dobbiamo giudicarli dalle loro azioni, non dalle loro parole», ha commentato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante il vertice straordinario G7-Ue-Nato, impegnandosi per ulteriori fondi umanitari e per assistere gli afghani anche nei Paesi terzi. Il capo della diplomazia italiana ha anche auspicato il coinvolgimento di Russia e Cina contro la rinascita del terrorismo in Afghanistan. Una posizione condivisa dal collega britannico Dominic Raab. (ANSA).

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