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"STATI CANAGLIA"

Il Cremlino si prepara ad una nuova unione con la Bielorussia

Come ha affermato il batka (padre-padrone) bielorusso, «abbiamo iniziato questo processo tre anni fa, quando tutti ci criticavano. Penso che chiuderemo tutto il 4 novembre, durante la festa dell’Unità nazionale a Mosca»
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Il Cremlino (fonte: Pixabay)

Il presidente bielorusso Aleksandr Lukaenko e il suo «fratello maggiore» Vladimir Putin sono pronti a lanciare una nuova unione tra Russia e Bielorussia. Lo schema è imposto dal Cremlino al leader bielorusso per cercare di mettere fine alla crisi politica e sociale che nell’ultimo anno ha colpito Minsk. Nell’estate 2020 in Bielorussia sono scoppiate proteste di piazza contro la rielezione «taroccata» di Lukaenko.

Paese-cuscinetto tra Russia ed Europa occidentale, a ridosso dei Paesi baltici, la Bielorussia si è trasformata in uno dei più odiosi «Stati-canaglia», guidato da un anziano dittatore che ha perseguitato con ferocia tutti i suoi oppositori. Nei giorni scorsi è arrivata anche la condanna a 11 anni di lager di una delle figure più amate dalla piazza bielorussa: la flautista Maria Kolesnikova, che ha preferito la detenzione all’esilio.

Dopo l’incontro del 9 settembre tra Putin e Lukaenko è stata annunciata la firma dell’accordo sui «29 programmi di unione». Come ha affermato il batka (padre-padrone) bielorusso, «abbiamo iniziato questo processo tre anni fa, quando tutti ci criticavano. Penso che chiuderemo tutto il 4 novembre, durante la festa dell’Unità nazionale a Mosca».

Minsk ha perso in questo modo 10-11 miliardi di dollari di entrate, finendo poi nell’abisso della pandemia e delle sanzioni occidentali. Ora si attende soprattutto l’approvazione di un unico sistema fiscale con la Russia, per favorire l’acquisto di petrolio e di gas, adottando le stesse tariffe delle regioni occidentali russe di Smolensk e Pskov.

Putin non ha accontentato del tutto le aspettative bielorusse, fissando il prezzo del gas per il 2021 a 128.500 dollari per 1.000 metri cubi, il doppio della regione di Smolensk (agli utenti europei il prezzo è fissato a 600mila dollari). Nella trattativa entrambe le parti hanno cercato di arrivare a un accordo, che sarà decisivo per la firma dei «29 punti di integrazione», di cui in realtà quello energetico è l’unico che conta davvero.

Alla fine del 2022, come ha spiegato Putin, il debito di Minsk verso Mosca ammonterà a 630 milioni di dollari. Lukaenko ha spiegato che «ripagheremo il debito investendo bene i soldi, ad esempio nelle centrali nucleari». Le trattative porteranno comunque a grandi cambiamenti, uno dei quali potrebbe essere l’uscita di scena dello stesso Lukaenko, ma senza arrivare alla piena unione dei due Stati, che non sarebbe sostenuta dall’opinione pubblica russa e bielorussa.

Putin ha poi scaricato sul «fratello minore» ogni responsabilità riguardo alla crisi migratoria, che porta diversi profughi afghani, iracheni e non solo a riversarsi dalla Bielorussia nei Paesi europei confinanti. Come ha commentato il leader russo: «Tutti vogliono dialogare con i talebani, quindi vadano a parlare con loro. Per le frontiere polacche e lituane devono parlare con Lukaenko, non è un nostro problema». Non proprio un grande esempio di solidarietà fraterna tra grandi russi e russi bianchi.

Lukaenko ritiene che questo sarà un vero balzo in avanti per il suo Paese. Le precedenti trattative del 2019, prima della pandemia e delle contestazioni, si erano risolte in un nulla di fatto. Si parlava allora di «unione», di chiara evocazione sovietica, mentre i termini ufficiali odierni sono quelli di «approfondimento dell’integrazione». Lukaenko si è poi tirato indietro all’ultimo momento, come aveva fatto spesso negli anni precedenti, impedendo la proclamazione dell’unione già programmata per dicembre di quell'anno.

Gli accordi incideranno su due argomenti cruciali: la formazione di un unico mercato del gas e dei carburanti, e l’armonizzazione della legislazione in materia fiscale. La Bielorussia ha sempre acquistato il petrolio e i carburanti russi a prezzo ribassato, senza tasse di esportazione, importando ogni anno circa 23 milioni di tonnellate di carburanti. Di questi soltanto 6 milioni erano destinati al fabbisogno interno, mentre tutto il resto veniva destinato al mercato internazionale. Dal 2019 la situazione è cambiata, con la «manovra petrolifera» del governo russo per favorire i produttori nazionali, che annulla i privilegi per la Bielorussia.

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