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Allarme in Ue per il "ciclone" Trump: "Rischiamo di restare schiacciati". Timori su dazi e Green Deal

Avvolta in un cielo invernale e bianco, Bruxelles ha assistito al primo discorso da presidente di Donald Trump come dinanzi ad un fosco copione già scritto.
Dal Green Deal ai dazi fino alla stessa solidità politica dei movimenti pro-Ue, il ciclone Trump rischia di travolgere tutto. E dalle parti dei vertici Ue si guarda con crescente preoccupazione alle elezioni tedesche del 23 febbraio e, soprattutto, alla scalata dell’estrema destra dell’AfD, aiutata dalle continue ingerenze di Elon Musk.

Ursula von der Leyen, Antonio Costa, Roberta Metsola e Kaja Kallas si sono precipitati a sottolineare su X la crucialità del legame transatlantico, scegliendo di sorvolare sulle parole di Trump, che ha confermato la volontà di imporre dazi commerciali e ha annunciato la fine - o quasi - delle politiche green. Ed è per questo che, al di là dell’apparente indifferenza, in Ue si lavora già alle contromisure. «Di fronte all’imprevedibilità americana serve più azione, più responsabilità», è il mantra che circola nelle cancellerie europee.

A Bruxelles sono convinti che, di fronte al nemico cinese, Washington abbia bisogno dell’Ue anche nel commercio. Non a caso la Commissione ha scelto la linea dura con Pechino. L’ultimo atto è stata la richiesta di consultazioni al Wto contro "pratiche sleali e illegali» della Cina sulla proprietà intellettuale. Potrà bastare? «L'Ue e la Francia rischiano di restare schiacciati», ha ammesso il primo ministro francese Francois Bayrou. Mentre il suo connazionale, il vicepresidente della Commissione Stephane Sejourné, di fronte al fatto che Giorgia Meloni sia stata l’unica leader Ue presente nella Rotonda del Campidoglio, non si è scomposto ma ha avvertito: «I dazi colpiscono tutti, anche l’Italia. L’Ue deve parlare con una voce sola».

Il dossier dazi è strettamente legato a quello della difesa, e in Ue c'è chi spera che, venendogli incontro sull’aumento dei fondi per la Nato, l’ira di Trump possa attenuarsi. Il 5% indicato dal presidente americano è un numero irreale, semmai una strategia negoziale. Al momento gli alleati stanno negoziando ferocemente e il 3% poteva essere un buon punto di caduta (Trump non è il solo a chiedere un maggior impegno: la Polonia già viaggia intorno al 4,7% del Pil e la Lituania ha promesso un esborso). «Metteremo il turbo alle spese sulla difesa», ha sottolineato il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte.
Ma oltre ai quattrini c'è di più. Il futuro dell’Ucraina, ad esempio. La Nato ha appena avviato in Germania il comando per la gestione degli aiuti e dell’addestramento. Sopravviverà? E che ne sarà del suo percorso di adesione all’Alleanza? Infine, il rapporto con la Russia. Un accordo Putin-Trump sull'architettura della sicurezza europea senza coinvolgere Bruxelles (o Kiev) svuoterebbe di senso la Nato, che resterebbe in piedi come mero market place per l’industria bellica Usa. «Le nazioni si preparano ad un mondo post-europeo», avvertiva un editoriale del Wall Street Journal ad una manciata d’ore dall’inizio dell’era Trump.

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1 Commento

Franco

22/01/2025 08:34

Il Green Deal, deve scomparire, ovvero, deve essere modificato radicalmente, a vantaggio del cittadino, dell'utente finale. Un qualunque mezzo, auto o elettrodomestico, va benissimo se è più ecologico, ma a condizione che sia più sicuro (incendi) e più economico. Se non coesistono questi 2 elementi, Sicurezza e Convenienza economica, l'ecologia deve essere messa da parte. Che me ne faccio di un mondo più sano se la mia auto o il mio condizionatore va a fuoco? Né ho i soldi per cambiare gli infissi. Quando e se li avrò, li cambierò, e cercherò di comprali "a norma".

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