Sabato, 18 Gennaio 2020
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L'ATTO DI CLEMENZA

Offese al Capo dello Stato, Mattarella concede la grazia a Umberto Bossi

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Umberto Bossi

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato un Decreto di concessione della grazia in favore di Umberto Bossi. Lo rende noto il Quirinale. L’atto di clemenza individuale ha riguardato la pena detentiva ancora da espiare (un anno di reclusione) inflitta per il delitto di offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica (c.d. vilipendio: art. 278 c.p.), in riferimento a fatti commessi nel 2011.

Nella nota del Quirinale si ricorda che a seguito di provvedimento della Magistratura di sorveglianza Bossi è stato affidato in prova al servizio sociale. «Nel valutare la domanda di grazia, in ordine alla quale il Ministro della Giustizia a conclusione della prevista istruttoria ha formulato un avviso non ostativo, il Presidente della Repubblica ha tenuto conto del parere favorevole espresso dal Procuratore generale, delle condizioni di salute del condannato, nonché della circostanza che in relazione alle espressioni per le quali è intervenuta la condanna il Presidente emerito Giorgio Napolitano - si legge ancora nella nota - ha dichiarato di non avere nei confronti del condannato «alcun motivo di risentimento».

«Sono molto contento. Ringrazio sia il Presidente della Repubblica Mattarella sia il Presidente Napolitano». Lo afferma Umberto Bossi sulla concessione della grazia per le offese da lui rivolte al Capo dello Stato nel 2011. «Ringrazio inoltre la magistratura di sorveglianza di Brescia che, nelle more del provvedimento di grazia, mi aveva autorizzato a svolgere le mie funzioni di parlamentare», tiene a precisare Bossi.

Palco della 'Berghem Frecc', la più famosa festa invernale della Lega Nord. Correva l’anno 2011, 29 dicembre: Umberto Bossi, da poco più di un mese ex ministro delle Riforme, avrebbe lasciato dopo qualche mese, il 5 aprile 2012, la guida del Movimento da lui fondato travolto dallo scandalo sui rimborsi elettorali.

Sul palco di Albino, in provincia di Bergamo, aveva al suo fianco i colonnelli Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Il senatùr tuonò contro l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, colpevole, a suo giudizio, di aver organizzato, quell'anno, le celebrazioni dei 150simo dell’Unità d’Italia. «Abbiamo un grande progetto che porterà alla Padania. O con le buone o con le cattive. Perchè stavolta ci siamo rotti davvero le scatole. Stavolta abbiamo subito anche il presidente della Repubblica che è venuto a riempirci di tricolori. Sapendo bene che il Tricolore non piace alla gente del Nord: altro che democrazia», disse Bossi. Il quale poi invitò i militanti a mandare «un saluto al presidente della Repubblica». Seguirono fischi. «D’altra parte - aggiunse, con riferimento alle origini del capo dello Stato - nomen omen: Napolitano». Dal palazzetto si levò un grido «Terrone». «Ma no... non lo sapevo che era un terun...», commentò ironicamente Bossi, facendo seguire il gesto delle corna.

Per questo episodio, l’ex leader della Lega è stato riconosciuto dalla Cassazione colpevole in via definitiva del reato di vilipendio al presidente della Repubblica e condannato a un anno e 15 giorni di reclusione. Nel settembre del 2018, la prima sezione penale della Suprema corte lo ha anche condannato a pagare duemila euro alla cassa delle ammende, confermando sostanzialmente la sentenza emessa l’11 gennaio 2017 dalla corte d’Appello di Brescia (in primo grado, invece, Bossi era stato condannato a diciotto mesi dal tribunale di Bergamo).

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