Venerdì, 22 Ottobre 2021
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LA RIFLESSIONE

Crisi di Governo, tra l’opzione tecnico-politica e il “mucchio selvaggio”

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A più d’un italiano, specie in questi giorni – alquanto grevi, e confusi – di storia repubblicana, vien voglia di dissociarsi. Capita, quando non ci si riconosce più in nessuna politica, nelle movenze che i partiti della maggioranza e dell’opposizione – in larga parte – hanno assunto, fino a rendersi irriconoscibili. Scollatura che è un sentimento diffuso, tra rabbia e sconforto. E non potrebbe essere altrimenti quando – accerchiati da congiunture diaboliche, congetture demenziali, ometti inaffidabili e persino da alcuni insidiosi figuri – si è costretti a inalare il peggio del peggio, e a ben pensarci, purtroppo, va così da anni. E, pure, c’è il sospetto che se avessimo avuto un po’ d’accortezza, sguardo più lungo sulle stagioni a venire, valutato – di più – la sostanza, forse oggi non staremmo messi così male. Anche rispetto alla pandemia.
Artefici e vittime, siamo: del “sistema Occidente”, di un capitalismo senza memoria, che ha trasformato i mezzi in fini, l’idea di progresso in acritica pulsione tesa a un indiscriminato sviluppo. Abbiamo “aderito” alla superficie e quindi all’immagine, e al tripudio, facile e schiavizzante, dei consumi; senza rendercene conto abbiamo abdicato, perso poco a poco la nostra identità; abbiamo – in ultimo – imparato a coabitare con il declino, ad accontentarci di compromessi al ribasso. È quel che succede – il pensiero va all’intera Europa – a chi invecchia: si chiama equazione della sopravvivenza. Più disincantata e distratta l’anima, più appannate le prospettive.
E tra SARS-CoV-2 e crisi economica su scala globale, tra il surreale e l’apocalittico, ci ritroviamo affidati – un’altra volta ancora, nel nostro squinternato Paese – all’ennesimo salvatore della patria, il cui cursus honorum fa impallidire il sole: Mario Draghi dovrebbe mettere d’accordo – qualunque cosa tramino – guelfi e ghibellini, le loro orbite inconciliabili dentro il Parlamento e fuori. Chiamato, questo straordinario esemplare dell’umano genere, a intestarsi la sfida. Per salvarci: impresa cristiana, impresa eroica, impresa ai limiti.
Chiediamo a Draghi un prodigio, un’alchimia; dovrebbe narcotizzarci tutti, disinnescare ogni differenza, con uno schiocco di dita arrestare il tempo che separa l’Italia addormentata dalla catastrofe, ma anche neutralizzare lo spazio che separa europeisti e sovranisti, gli “integrati nel sistema” e i capi delle rivoluzioni permanenti, la sinistra nostalgica e chi strizza l’occhio ai neofascismi, chi alle ultime elezioni americane avrebbe preferito chiunque a Trump e chi, invece, del tycoon aveva e ha fatto incredibilmente un vessillo. Ma, attenzione, l’ex presidente della Bce non è un mago, né esistono uomini della Provvidenza. Saremmo noi, la Provvidenza: noi dovremmo finalmente crescere. Non foss’altro per le legnate che abbiamo preso nell’ultima tredicina d’anni: sì, s’arriva dritti a Lehman Brothers.
Invece niente. E il déjà vu: i politici devono cedere il passo a chi alle spalle (e così dicendo, persino, ne riduciamo il valore) ha una storia di competenze, non di chiacchiere. Ebbene, Draghi sarebbe – in queste ore – assorto in un terribile dilemma: soluzione tecnico-politica o più rotondamente politica? Governo con un paio di “scopi”, calibrato sulla gestione del Recovery Plan, o con un “orizzonte di legislatura”? La prima ipotesi consentirebbe di aprire davvero a chiunque sia disposto a starci, e il drappello di tecnici potrebbe essere allargato senza particolari patemi né per i partiti né – dopo l’esperienza Monti – per... il Paese; la seconda strada obbligherebbe Draghi, con tutta probabilità, a una scelta. Guai al “mucchio selvaggio”: si finirebbe prigionieri d’uno stallo da guinness dei primati, con una scandalosa devastante assenza di risultati.
Ma due perle resteranno comunque nella memoria: come Salvini, con una formidabile giravolta, abbia sposato – «pragmaticamente», dice – l’europeismo, e punti (mentre si sogna, con Giorgetti, in prima fila nel governo Draghi) sulla solita memoria corta del popolo sovrano; come ai Cinquestelle non stia più antipatica la luciferina Bruxelles, diventata – d’improvviso – dispensatrice d’euro e di un qualche esiguo futuro per chi, al momento, non può permettersi le urne.

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