Mercoledì, 10 Agosto 2022
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VERSO LE URNE

Letta prova a tessere le alleanze, stallo con Calenda. Con il M5S dialogo chiuso

Nel centrosinistra sono i giorni della tattica, dei conti, delle convenienze pesate sul bilancino, sia quelle numeriche sia quelle politiche. Enrico Letta continua a lavorare sulle alleanze, partendo dal presupposto che non c'è possibilità di intesa col M5s, colpevole insieme a Lega e Fi di aver «messo in pericolo l’Italia», facendo cadere il governo Draghi. A dire la verità, anche con Matteo Renzi la strada sembra in salita. A chi fa il suo nome, il segretario Pd risponde ecumenico che «l'approccio del Pd è: non ci sono veti nei confronti di nessuno». Dal Nazareno viene spiegato che «non c'è stato alcun avvicinamento» per il semplice fatto che «non c'era stato alcun congelamento dei rapporti».

Ma anche Renzi non sembra troppo fiducioso in un accordo: «Bisogna rispettare le opinioni degli altri - dice - se uno non ti invita a cena che fai ti presenti e bussi? Capisco che ci sono i questuanti...». Situazione di sostanziale stallo anche fra il Pd e Calenda. Servono ancora dei giorni, fanno capire da entrambe le parti. Un elemento non secondario sarà la stima dei voti sulla base delle diverse opzioni. Il ragionamento che circola nelle segreterie dei partiti lo fa capire Renzi: le alleanze servono nella quota maggioritaria ma rischiano di danneggiare in quella proporzionale. «Se andiamo da soli per noi è la cosa migliore per i seggi - spiega il senatore fiorentino - Abbiamo la certezza di fare il 5%. Ma io non faccio politica per prendere un seggio, vorrei affrontare le idee». Poi, la frecciata al Pd: «Nell’ultima settimana tutti i giorni ha detto "Renzi ci fa perdere i voti e non lo vogliamo". Forse hanno fatto due conti e ora la pensano diversamente».

Guardando i numeri, al Nazareno parlano di «straniante sensazione: il centrosinistra - dicono - è dato in difficoltà in una logica di coalizione, mentre il Pd è in salute e continua a crescere anche più di Meloni». Fra Letta e Carlo Calenda ancora non ci sono stati incontri risolutivi. Il clima è di studio reciproco delle mosse. Con qualche scintilla. «Lancio un appello a Calenda, datti una calmata», ha detto il ministro dem Andrea Orlando. «Le cose da fare non sono polemiche o picconate, sono solo cose da fare», gli ha risposto Calenda. Che deve aver sentito fischiare le orecchie anche quando il responsabile enti locali del Pd Francesco Boccia ha detto di augurarsi che «le primedonne lascino il posto al Paese, non c'è bisogno di scelte che partano da se stessi». Le somme si tireranno nella prossima settimana, quando si avvicinerà il momento di chiudere le liste coi candidati, che andranno presentate entro il 22 agosto. Letta ha annunciato una direzione attorno al 10 per approvarle. In alcune province, il primo lavoro di scrematura Pd è cominciato in queste ore, poi spetterà agli organi regionali. Qualche nome dei papabili per la lista Democraici e Progressisti comincia a circolare. Come quelli della vicepresidente dell’Emilia Romagna, Elly Schlein, e di Antonio Nicita, che coordina il gruppo di lavoro sul programma. I temi, viene ribadito dal Nazareno, punteranno su lavoro, giustizia sociale, sviluppo e sostenibilità, diritti civili, nella cornice dell’europeismo e dei rapporti euroatlantici. Della partita del Pd non fa parte il M5s. Che non ci tiene. Tanto da voler puntualizzare una risposta di Giuseppe Conte sul Pd che poteva essere equivocata: «Non è in alcun modo da intendersi come una riapertura alla possibilità di una alleanza col Pd in questa campagna elettorale».

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