Domenica, 05 Luglio 2020
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LA REUNION

Il calabrese Danilo Mancuso e l'operazione "Ricchi e Poveri"

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E' l'unico che è riuscito a mettere insieme il “quartetto dei quartetti”. Realizzando il “colpaccio”, come lo ha definito lo stesso Amadeus: riportare i “Ricchi e Poveri” al Festival di Sanremo. Lui è Danilo Mancuso, 50enne di origini calabresi, che da vent'anni lavora a Milano, dove ha fondato la DM Produzioni, società specializzata nell'esportare la musica italiana all'estero.

Mancuso è infatti manager di icone della musica italiana come Toto Cutugno, Roberto Vecchioni, Red Canzian e Amedeo Minghi, sempre in giro per il mondo a seguire le loro tournée. E quando riesce ritorna nella sua amata Lamezia Terme, per stare con la famiglia e gli amici. Appassionato come era il papà, che gli ha tramandato l'amore per la musica, Mancuso è un manager dalle grandi qualità, che ha incassato negli anni tanti successi, distinguendosi per il suo lato “umano” oltre che professionale. A lui si deve l'ultimo successo discografico di Roberto Vecchioni, “L'infinito”, che ha ottenuto il disco d'oro. In ultimo, l'impresa di far tornare insieme il quartetto dei “Ricchi e Poveri” (Angela, Franco, Marina e Angelo), uno dei gruppi italiani più conosciuti in tutto il mondo. Un'operazione che ha riscosso entusiasmo generale.

Com'è nata l'idea di riunire i “Ricchi e Poveri”?
«Siamo amici da tempo. Essendo manager di Toto Cutugno, spesso ci incontravano ai concerti. Poi è cominciata la collaborazione professionale e sono iniziate le tournée in tutto il mondo. Ogni concerto è un successo straordinario. Le loro hit vengono cantate in tutte le lingue. Un anno fa, durante un concerto a Santiago del Cile, tutto lo stadio cantava “Mamma Maria”. Lo stesso in Kazakistan. In quel momento mi sono reso conto che bisognava fare qualcosa. Rimetterli insieme per recuperare il loro enorme patrimonio artistico».

È stato difficile convincerli?
«Ne ho parlato prima con due di loro, Angela Brambati e Angelo Sotgiu, con cui siamo spesso in tournée. A loro è piaciuta subito l'idea. È stato un lavoro certosino e molto delicato, anche perché la storia è segnata da alcune vicissitudini private, che possono succedere nella vita, siamo umani. Tutti hanno capito il progetto nobile di rimettere insieme il gruppo storico, che rappresenta un patrimonio per tutti. E così è nata la reunion».

Una sorta di “operazione nostalgia”?
«Assolutamente no. Il progetto è quello di creare un evento celebrativo del loro grande talento e del loro immenso patrimonio artistico, essendo la band italiana più famosa al mondo. Quando ho pensato al progetto non volevo un'operazione commerciale, per questo sono stato molto delicato, anche perché la loro storia è delicata».

Secondo i giornali di allora la band si divise per incomprensioni tra Angela e Marina. Oggi il pubblico è curioso di rivederle insieme sul palco...
«Quando iniziarono a cantare Marina era ancora minorenne. Era la migliore amica di Angela, fu lei a chiederle di entrare nel gruppo. È una storia di amicizia, di un sentimento vero. E anche questa reunion ha il sapore della rappacificazione, di unione, di perdono: questo il messaggio che vogliamo lanciare con questo progetto. In questo momento storico in cui si urla, noi vogliamo rappresentare l'amicizia, la gioia, la spensieratezza. Anche perché i “Ricchi e Poveri” rappresentano una bella immagine dell'Italia. Sui social ho letto che molti guarderanno Sanremo solo per rivedere i “Ricchi e Poveri”. Mi fa molto piacere: ho messo d'accordo l'Italia intera».

Il gruppo è molto conosciuto e apprezzato all'estero, in Italia invece la maggior parte dei giovani non li conoscono...
«In realtà ci sono alcuni brani come “Sarà perché ti amo” o “Mamma Maria” che sono conosciuti anche dai nostri ragazzi italiani. Il progetto che ho ideato con la mia etichetta discografica DM produzioni mira comunque proprio a questo: a recuperare e far conoscere alle nuove generazioni il ricco patrimonio musicale dei “Ricchi e Poveri”, che parte dagli anni '60 fino ad arrivare ad oggi. Quando sono andato da Amadeus non ci credeva: pensava fossero solo tre. Quando ha capito che erano tutti è rimasto strabiliato e ha detto che li voleva assolutamente all'Ariston».

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