Venerdì, 07 Agosto 2020
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LA PANDEMIA

Coronavirus, lo studio: "Mutazione lo ha reso più contagioso ma non pericoloso"

Il ceppo di coronavirus diffusosi dall’Europa all’America e ora più diffuso nel mondo è una mutazione di quello apparso in Cina, rispetto al quale è molto più contagioso ma non più pericoloso per la salute delle persone infette. E’ la conclusione di uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori, pubblicato sulla rivista Cell e legato a un precedente lavoro, risalente all’inizio dell’anno, in cui - sulla base delle informazioni relative alle sequenze genetiche - si avvertiva della diffusione di una mutazione del virus.

Rispetto a quella precedente ricerca, la squadra di ricercatori, spiega la Cnn, ha esaminato non solo più sequenze genetiche ma ha anche fatto esperimenti su esseri umani, animali e cellule in laboratorio che dimostrano come la nuova versione - battezzata con la sigla G614 - sia più comune e in grado di infettare maggiormente rispetto alla precedente (la D614). La mutazione riguarda la cosiddetta 'spike protein' di cui è rivestita la superficie del coronavirus e che gli conferisce la caratteristica forma a corona, la struttura che il virus usa per entrare nelle cellule e infettarle.

Per questo la versione G risulta dalle tre alle nove volte  più contagiosa della D, ha dichiarato David Montefiore della Duke University che con i colleghi ha testato il virus in laboratorio e ha partecipato alla ricerca.
«I dati dimostrano che esiste una mutazione che rende effettivamente il virus in grado di replicarsi meglio e forse avere elevate cariche virali», ha commentato il più importante esperto di malattie infettive negli Stati Uniti, l’immunologo Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, intervistato dal Journal of American Medical Association.

I ricercatori coinvolti nello studio hanno comunque ammesso che serve un ulteriore lavoro per dare più solidità alle loro scoperte e vedere cosa comporta la mutazione sia a livello epidemiologico che del paziente singolo, anche perchè «ci sono potenziali conseguenze per i vaccini», ha spiegato Montefiore.

 

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