Venerdì, 12 Agosto 2022
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I 70 anni di Gazzetta del Sud

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La lotta alla mafia: un fronte internazionale

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I signori della droga e del crimine sono diventati imprenditori voraci con tentacoli su ogni attività, al Nord e all’estero. Ma cresce anche la cooperazione tra magistrature e polizie
speciale 70 anni, Sicilia, I 70 anni di Gazzetta del Sud
No alla mafia. Un sentimento, un proposito, una strategia, un punto fermo

Cambiamento. Radicale. La lotta alle mafie segna significativi passi in avanti. Le scuole si muovono all’unisono indirizzando gli studenti verso la cultura della legalità, il rispetto delle leggi, l’amore per l’arte, la bellezza, il culto della memoria d’un passato che nel Sud è stato faro per l’umanità.

Le associazioni di cittadini scuotono la società civile e la politica con iniziative sempre più efficaci - mobilitazioni di piazza, incontri e dibattiti, mostre, rassegne cinematografiche, festival della letteratura di genere - orientando le comunità siciliane e calabresi verso una stagione di grande rinnovamento e impegno collettivo destinata a segnare una definitiva sconfitta della subcultura criminale e della “mafiosità”. Il futuro che si prospetta è quello di un meridione pienamente affrancato dai condizionamenti di boss e picciotti.

La lotta alle mafie

Incassati i colpi durissimi inferti dalla magistratura e dalle forze di polizia negli ultimi trent’anni, le organizzazioni criminali siciliane e calabresi hanno modernizzato i loro interessi e riconvertito le sfere d’operatività. La legislazione antimafia del nostro Paese – considerata non a torto la più efficace d’Europa – ha consentito al sistema Stato di colpire significativamente i sodalizi di Cosa nostra e della ’Ndrangheta sia sul versante dell’accumulazione dei capitali che su quello tipicamente militare.

Centinaia i sequestri e le confische attuati contro le “famiglie” di vertice delle associazioni isolane e continentali; migliaia gli arresti di boss, picciotti e favoreggiatori eseguiti. A Palermo è stata impedita la ricostituzione della “cupola” fino al 1993 guidata da Totò Riina, messa in piedi questa volta attorno a un personaggio del vecchio establishment mafioso – l’ottantenne Settimo Mineo – : i componenti sono stati arrestati e condannati in primo grado. In Calabria, a Reggio, è stato smantellato il “direttorio” della ’ndrangheta che gestiva ogni tipo d’affare, mentre nel distretto giudiziario di Catanzaro è stato istruito il più imponente maxiprocesso mai celebrato contro le cosche del Vibonese.

Ma non basta. Il salto in avanti fatto, rispetto al passato, nelle lotta al crimine organizzato ha riguardato la disarticolazione dei rapporti tra i padrini siciliani e calabresi e il mondo dell’imprenditoria e della politica. «Non può esistere una mafia – sostiene lo studioso italio-canadese Antonio Nicaso – se non ha rapporti con il potere». Ecco, questo paradigma ha trovato conferma nelle decine d’inchieste avviate in fondo allo Stivale. Inchieste finite con l’incriminazione di esponenti politici e spregiudicati manager d’impresa.

Di più. L’azione investigativa è stata tanto efficace da dimostrare come Cosa nostra e ’Ndrangheta avessero lavorato addirittura all’attuazione di una strategia del terrore – sovrapponibile a quella sostenuta in Colombia dal narcotrafficante Pablo Escobar Gaviria – per piegare lo Stato ai propri desiderata. Una strategia di stampo “eversivo” culminata negli attentati di Roma, Firenze e Milano e nei tre agguati compiuti contro i carabinieri a Reggio e Palmi.

La colonizzazione fallita della Penisola

L’applicazione del regime detentivo del 41 bis, l’inattaccabilità delle indagini condotte dagli investigatori hanno indotto molti capintesta a collaborare con la magistratura per scampare al carcere a vita consentendo così agli apparati inquirenti di smantellare interi “mandamenti” siciliani e decine di “locali” calabresi. L’offensiva non ha riguardato solo le compagini mafiose collocate nei territori delle due regioni ma s’è allargata con successo al Lazio, l’Umbria, la Toscana, la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, la Liguria, l’Emilia Romagna, il Trentino Alto Adige e la lontana Valle d’Aosta.

I “locali” di ’ndrangheta individuati e smantellati in Settentrione sono ben 46: si tratta di strutture criminali scoperte a trafficare stupefacenti, gestire subappalti e lottizzazioni, garantire i servizi di sicurezza nei locali notturni e le grandi discoteche, flirtare con rappresentanti politici per ottenere licenze edilizie e commerciali.

Il risveglio dal torpore per molte comunità centro-settentrionali è stato brusco, perché caratterizzato dallo scioglimento per infiltrazioni criminali di comuni come, per esempio, Brescello (Reggio Emilia) o Saint Pierre (Aosta) e il coinvolgimento nelle indagini di sindaci e assessori, consiglieri regionali e parlamentari. Il bilancio della guerra combattuta in questi anni dagli apparati giudiziari e d’intelligence sullo scacchiere nazionale può dunque leggersi in chiave positiva ove si consideri pure come siano stati apposti i sigilli giudiziari su alberghi, ristoranti, società di servizio, aziende edilizie, attività commerciali acquistati in ogni angolo del Paese riciclando denaro sporco. Insomma, per i mafiosi investire in Italia, fino all’avvento della pandemia, era ormai diventato rischioso e improduttivo.

I deleteri effetti della pandemia

La pandemia ha ridato invece fiato al riciclaggio dei capitali mafiosi a livello mondiale. All’improvviso ci siamo trovati al cospetto d’una sorta di doping economico e gli ’ndranghetisti, così come i mafiosi siciliani, forti della loro disponibilità di denaro, hanno elaborato mille strategie per riciclare ricchezze e infiltrarsi nell’economia legale. Ai piccoli e medi imprenditori è stato offerto sostegno, fornendo denaro contante senza pretendere apparentemente interessi moratori e garantendo il ripianamento dei debiti. Così è stato, di fatto, avviato l’ingresso dei boss nelle loro aziende. Un ingresso mascherato, che ha gradualmente consentito alle “famiglie” di diventare comproprietarie di intere filiere produttive e società di servizi poi intestate a teste di legno o compagini societarie con sedi all’estero. In molti casi l’imprenditore debitore è diventato dipendente dell’azienda di cui era originariamente proprietario.

L’assalto alle attività produttive compiuto in Italia si è ripetuto nel resto d’Europa, in Oceania e nelle Americhe. Utilizzando società e banche operanti nei paradisi fiscali, i boss calabresi e siciliani straricchi del denaro accumulato con il traffico delle droghe sono arrivati a comprare aziende di tutti i tipi in ogni angolo del globo. Ricostruire la rete degli investimenti è complicatissimo anche se le infittite collaborazioni tra le polizie di numerosissimi Paesi sembrano destinate a produrre dal punto di vista investigativo-finanziario buoni risultati. Depone a favore di questo positivo scenario quanto è stato fatto negli ultimi 24 mesi proprio grazie al ministero dell’Interno italiano che ha messo insieme nel progetto “Interpol cooperation against ’Ndrangheta” le forze investigative di 194 nazioni. La cooperazione su scala internazionale ha condotto già all’arresto di decine di latitanti nascosti in Europa, Nord e Sud America.

I porti, la coca e le nuove droghe

Lo scambio d’informazioni e la cooperazione con la Dea americana, l’Afp (Australian Federal Police), la Bka tedesca, la Rmcp canadese, la Polizia federale brasiliana e quella colombiana, la Guardia civil spagnola ha consentito alle forze dell’ordine di sequestrare in tre anni quattromila chili di cocaina nascosti in navi giunte nel porto di Gioia Tauro. La ’Ndrangheta, attraverso i suoi broker, s’è impossessata – a discapito di Cosa nostra siciliana di cui è diventata diretta “fornitrice” – dell’importazione della “coca” proveniente dall’America Latina. Ma le sempre più raffinate tecniche investigative, l’utilizzo di agenti infiltrati, la sorveglianza satellitare garantita dagli Usa hanno consentito d’indebolire sempre più la rete che garantiva i rifornimenti di droga dal Sudamerica verso il Vecchio continente.

Il tentativo dei narcos calabresi di spostare gli sbarchi dei carichi a Livorno e Genova s’è rivelato fallimentare: pure in Toscana e in Liguria le partite di “polvere bianca” sono state infatti a più riprese individuate e sequestrate. I boss puntano da qualche tempo sui porti di Rotterdam (Olanda), Anversa (Belgio), Algesiras (Spagna) preparandosi pure a sfruttare gli invasi di Salonicco (Grecia), Valona (Albania), Zelenika (Montenegro) contando sulla minore sorveglianza esercitata in quelle aree continentali. La speranza tuttavia di sfuggire ai controlli è destinata a rimanere tale: il sistema d’interazione messo in piedi tra le agenzie investigative dei diversi Paesi appare destinato a mettere in ginocchio i “signori della droga”.

È anche per questa ragione che i calabresi puntano a consolidare la loro leadership nel settore delle metanfetamine. Un settore già scelto – in parziale alternativa alla cocaina – dal cartello messicano “Jalisco Nueva Generation” guidato dal feroce e imprendibile Oseguera Cervantes, “el mencho”. Il trasporto delle “pillole” è meno dispendioso e altrettanto redditizio. I messicani vendono negli Usa, i calabresi in Europa.

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