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L'INTERVISTA

Lilli Gruber e “la guerra dentro”. Oggi la presentazione del libro a Lamezia

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È uno dei volti più noti della televisione italiana e oggi alle 17.30 sarà al Teatro Grandinetti
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Lilli Gruber

«Come andrà a finire la corsa al Quirinale? Anche quest’anno, fino alla fine, si continuerà a dire “ci vorrebbe una donna”». Ironica e sagace, Lilli Gruber è uno dei volti più noti della televisione italiana. Giornalista e scrittrice, inviata di guerra e conduttrice del talk Otto e Mezzo su La7, sarà oggi a Lamezia Terme (alle 17.30 al Teatro Grandinetti), per presentare il suo ultimo libro “La guerra dentro. Martha Gellhorn e il dovere della verità” (Rizzoli), dialogando con Jacques Charmelot e Maria Chiara Caruso.
«Martha Gellhorn ha scritto: “Puoi fare qualsiasi cosa se sei pronto a pagarne il prezzo”» e nel suo libro Gruber racconta la vita di questa iconica giornalista americana (scomparsa a Londra nel 1988), l’unica donna presente allo sbarco in Normandia che entrò nei campi di concentramento per documentare l’orrore, nota anche per il matrimonio con Ernst Hemingway, il cuore pulsante di questo testo che è soprattutto un atto d’amore per il giornalismo e la libertà.

Perché è importante raccontare, oggi, la storia di Martha Gellhorn?

«Innanzitutto è una storia di guerra e d’amore appassionante come un film, è stata una bella avventura scrivere questo libro. Questo è sempre il primo motivo per raccontare e credo il migliore. L’altro motivo importante è che questa storia non è affatto finita: tutte e tutti siamo ancora toccati dai problemi che Martha Gellhorn ha attraversato. I diritti e la libertà delle donne, di cui lei è stata una portabandiera. L’ingiustizia sociale, che ha conosciuto giovanissima attraversando l’America della Grande Depressione. Martha ci parla ancora e ascoltarla ci dà una prospettiva in più sui problemi complessi del nostro tempo».

Personalmente, cosa l'ha spinta ad essere inviata di guerra?

«Ciò che motivava anche Gellhorn: andare a vedere. Certo, non ho mai fatto niente di paragonabile all’impresa di Martha che nel 1944 si imbarca in America su una nave carica di esplosivi per raggiungere l’Europa e raccontare lo sbarco in Normandia, per di più da clandestina su una nave ospedale. Ma anche per me è stata in un certo modo una sfida lasciare le montagne tra cui ero nata e andare a scoprire il mondo».

La storia tra Martha Gellhorn e Ernest Hemingway è il cuore di questo libro. Che amore fu?

«Ne emerge l’incontro/scontro tra due personalità forti: una situazione che raramente porta a matrimoni sereni. Infatti, il loro non lo fu: alla fine, divorziarono con acrimonia, lui le rivolse insulti pesantissimi, lei lo tacciò di essere un pessimo amante e condusse una vera battaglia per riavere il suo cognome e per non essere ricordata solo come la terza signora Hemingway. Ma prima di questo addio c’è la grande avventura. Erano insieme nella Madrid della guerra civile. E poi, la complicità del viaggio di nozze in Cina in cui Ernest si dimostra un compagno simpatico e generoso. C’è una parentesi di serenità alla Finca Vigía, il loro rifugio cubano, anche se Martha si sentirà sempre troppo stretta nella dimensione domestica. E c’è un rapporto che credo abbia dato molto alla cultura e alla letteratura del Novecento».

L'Afghanistan non è più l'apertura dei tg. Eppure, la condizione femminile in quel paese è allarmante. Cosa possono fare i media adesso?

«Esiste il ciclo delle notizie, puntiamo i riflettori su emergenze e tragedie per poi passare ad altro. Emergenze e tragedie altrettanto gravi o peggiori si consumano intanto nell’indifferenza generale. La condizione femminile è allarmante in Siria, in Yemen, in Somalia, ma ci preoccupano anche un’America in cui si rimette in discussione il diritto all’interruzione di gravidanza e un’Italia in cui i femminicidi sono aumentati dell’8% nel 2021. Come dice mio marito Jacques Charmelot, che intervisto nel libro e che è un grande giornalista: noi abbiamo il dovere di portare al popolo informazioni corrette, e avendo fiducia nella democrazia siamo convinti che il popolo ne farà buon uso».

Ogni giorno, su La7, racconta l'attualità e intervista i suoi protagonisti. Ci sono ancora ideologie o solo sigle di partito?

«Zygmunt Bauman diceva che nella società liquida il cambiamento è l’unica certezza: non c’è da stupirsi che possano cambiare le idee, le posizioni e le casacche. Ma anche di fronte alla politica liquida il dovere dei giornalisti rimane lo stesso: fornire ai cittadini solide verità».

La spaventa la violenza della protesta novax?

«Considerando la gravità della quarta ondata che sta investendo l’Europa e anche l’Italia, possiamo dire che la minoranza rumorosa dei negazionisti del Covid sia decisamente superata dalla Storia. E visto che molti cosiddetti “no vax” in realtà sono solo cittadini spaventati e male informati, speriamo che il Super Green Pass sia più che altro la spinta giusta per decidere di proteggere se stessi e gli altri».

Gellhorn aveva «la guerra dentro». Cosa significa?

«Gellhorn fece scelte ardue. Era l’amante di un uomo sposato da ragazza, nella società americana perbenista degli anni Trenta; inviata di guerra in un tempo in cui alle donne era proibito andare al fronte; madre single di un bambino adottato in un orfanotrofio italiano; giornalista capace di scoperchiare gli scandali della guerra in Vietnam. E se ha spostato l’asticella sempre un po’ più in alto è proprio perché era una donna senza pace, continuamente intenta a sfidare i pregiudizi degli altri e i limiti propri».

C’è un riferimento anche al giornalismo?

«Assolutamente, “la guerra dentro” per me è anche questo: le guerre non sono mai da un’altra parte. Sono in casa nostra, e lo sapete bene voi in Calabria dove tutti i giorni si combatte una guerra tra i cittadini perbene e la ‘ndrangheta e i suoi complici. Le guerre da combattere sono tante: contro la corruzione endemica, contro le ingiustizie che non denunciamo, contro le bugie che non smascheriamo. Avere la guerra dentro, in questo senso, non è solo la caratteristica necessaria di un buon giornalista; è il pane quotidiano di una buona democrazia».

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