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«Non sono una signora»: che peccato, non guardare oltre il glitter...

A tutto c’è una spiegazione. Non sempre c’è rimedio. Dopo le prime, insignificanti e, sinceramente, inutili puntate di «Non sono una signora», il talent sulle Drag Queen, infatti, ci siamo spiegati il motivo per cui la messa in onda della trasmissione più volte è stata rinviata e poiché il programma è preconfezionato, non c’è possibilità di rimedio per una aggiustatina in corsa. Detto ciò, «Non sono una signora» sarà costato più di diritti d’autore per utilizzare il titolo di un successo di Loredana Bertè che di idee, raccattate qua e là e tenute insieme con il nastro adesivo della curiosità per un mondo, quello delle Drag, non molto conosciuto e poco sfruttato televisivamente. Il variopinto e fluido mondo delle Drag Queen, infatti, è stato piegato alla logica del Cantante Mascherato e al trucco di Tale e Quale, e da fluido è diventato statico e monolitico, mimetizzando anche la conduzione di Alba Parietti, che nella veste di brava presentatrice sembra essersi Carluccizzata.

Degli indagatori del glitter non possiamo che rilevare la sostanziale futilità. Mara Maionchi, ormai è giurata a vita, sempre più annoiata. Il suo collega di cordata Filippo Magnini è fuor d’acqua, nel senso figurato di un contesto che non gli appartiene. Dall’altra parte Sabrina Salerno vorrebbe vincere senza comprendere che non è lei in gara, mentre Cristina D’Avena, già regina indiscussa delle canzonette per bambini, sarà stata scelta per l’ambiguità che desta la sua presenza.

Le migliori, ovviamente, sono le Drag Queen di professione, che mettono la loro competenza a servizio di coloro che passano il turno ad ogni puntata per poi contendersi il titolo in finale. A riservare alle Drag coach un pensiero affettuoso, nonostante l’eliminazione, è stata Roberta Capua: «Vorrei far capire a tutti che le drag sono persone che praticano un’arte meravigliosa, che fanno spettacolo, che sono divertimento e allegria, ma che sotto c’è sempre una storia. Io vi ringrazio per avermi fatto vivere questa esperienza e spero di avere la possibilità di rincontrarvi».

Una sensibilità che non tutti i concorrenti, più o meno interessati a partecipare in panni inconsueti, hanno manifestato, preoccupati com’erano a restare in piedi su tacchi vertiginosi. In verità, molto avrebbero avuto da raccontare le Drag, se la loro presenza fosse stata legata non solo alla parte ludica della trasmissione, ma anche alle loro storie, con una svolta che avrebbe tolto la parte inutilmente glitterata, per un racconto ben più intenso e autentico. Ha prevalso, invece, l’idea del travestimento di coloro che hanno accettato di trasformarsi per visibilità, partecipando a una baracconata senza significato e, purtroppo, senz’anima.

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