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Il film di Tornatore e la statua sparita... dallo Stretto

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Il cavaliere dimenticato. Francesco Giuseppe Monsolini morì a 48 anni in battaglia. Serviva in armi sotto le insegne dei Gerosolimitani contro gli arabi che minacciavano in terra e per mare il mondo cristiano. Perì nel Levante nel 1622 dopo aver offerto la sua spada alle ragioni di quello che sarebbe diventato il Sacro Ordine dei Cavalieri di Malta. I resti furono poi restituiti alla famiglia che, nel 1637, eresse, per volontà di Lelio Monsolini, suo figlio maggiore, un monumento sepolcrale per custodirne la salma per l’eternità. La struttura venne realizzata ove sorge la chiesa della Santa Madre della Consolazione di Reggio e fu collocata nel santuario dell’Eremo addossata alla navata destra. Il sarcofago di marmo bianco aveva sul coperchio due angioletti finemente modellati e la statua del defunto vestito con l’armatura crociata. Nella rappresentazione scultorea il cavaliere stringeva un libro con la mano sinistra e con la destra si sosteneva il capo, adagiato su un pulvinare marmoreo. V’erano poi un bassorilievo con lo stemma dell’antico casato Monsolini e l’epigrafe che ricordava i tratti salienti della vita del defunto. Dopo trecento anni, nel 1913, il monumento funebre venne restaurato dai baroni de Blasio di Palizzi, diretti discendenti del gerosolomitano. E per mezzo secolo il sepolcro rimase intatto fino a quando, negli anni 60, non vennero compiuti dei lavori di ampliamento e ristrutturazione della importante sede religiosa. Il monumento venne smontato per essere riposizionato nel cortile dell’attiguo convento. È in questa fase che la statua del crociato sparì. Nei locali gestiti dai Frati Cappuccini, rimasero le restanti parti del sepolcro oltre alle spoglie mortali. Nulla di più. I discendenti del nobile cavaliere non riuscirono più a rientrare in possesso del pezzo mancante.

L’incredibile colpo di scena

Nel 2013 uscì nelle sale cinematografiche il film “La migliore offerta” diretto dal regista siciliano e Premio Oscar, Giuseppe Tornatore. La pellicola vinse sette “Nastri di argento” ed ebbe tra i suoi protagonisti lo straordinario attore canadese Donald Sutherland. Le ottime recensioni e l’indubbia popolarità avuta dall’opera artistica, convinsero l’architetto Filippo de Blasio di Palizzi, discendente di Giuseppe Monsolini, ad ammirarne la proiezione al cinema. E qui accadde un fatto quasi... impossibile: le telecamere guidate da Tornatore, seguendo i personaggi, inquadrarono in una serie di scene la statua scomparsa del suo avo. L’architetto strabuzzò gli occhi e, una volta lasciata la sala, corse a verificare su internet dove fossero stati allestiti i set per girare la pellicola.
Scoprì così che le riprese erano in gran parte avvenute nella villa di proprietà del mecenate e collezionista d’arte Franco Maria Ricci, nella frazione Casalbarbato del comune di Fontanellato, in provincia di Parma. Non solo: de Blasio riuscì a procurarsi un volume - “La collezione d’arte di Franco Maria Ricci editore e biografo”- nel quale compariva in tutta la sua bellezza artistica la statua del proprio antenato con tanto di descrizione e relativa fotografia.

La denuncia e le indagini

Filippo de Blasio di Palizzi decise quindi di esporre i fatti in una missiva inviata ai carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio Culturale innescando, giustamente, l’avvio di indagini. Gli investigatori del capitano Bartolo Taglietti fecero quindi subito visita a Ricci individuando la statua. Il mecenate confermò di averla acquistata il 9 ottobre del 1994 alla Fiera antiquariale di Parma, pagandola 14 milioni di lire, mostrando ai militari guidati dal luogotenente Francesco Leone l’attestazione di acquisto e la matrice dell’assegno versato all’antiquario siciliano Giuseppe Musumeci residente a San Gregorio, in provincia di Catania. Il passaggio successivo è stata l’audizione di quest’ultimo, come persona informata sui fatti. Musumeci ha dichiarato agli investigatori di aver ricevuto la scultura in “conto vendita” da tale “Turi Cappidduzzo”, residente a Noto che gli aveva raccontato di averla ritrovata durante degli scavi compiuti per la sistemazione di alcune strade nella città del siracusano. L’antiquario catanese, che aveva cessato di svolgere la sua attività commerciale nel 2003, non conservava più documenti relativi alla vicenda. Di più: al fantomatico “Turi Cappidduzzu”, a suo dire certamente deceduto, egli aveva consegnato in contanti il denaro ottenuto da Ricci, perchè il corregionale non accettava assegni e, soprattutto, non voleva che si sapesse del ritrovamento della statua.

Il mancato sequestro e la causa civile

Com’è finita? La procura di Parma, nel 2018, ha dapprima ordinato la restituzione della statua di Giuseppe Monsolini ai Frati reggini revocando tuttavia successivamente il provvedimento, La questione è poi approdata davanti al Gip della città emiliana che ha archiviato l’inchiesta penale, ritenendo invece la vertenza giudiziaria riguardante l’attribuzione della proprietà di mero interesse civilistico e trasmettendo perciò gli atti al Tribunale di Reggio Calabria dove è fissata udienza per il prossimo 17 giugno. Da un lato è costituita la Fondazione intitolata a Franco Maria Ricci, che nel frattempo è deceduto, e dall’altro l’Ordine dei Frati Cappuccini. La Soprintendenza, dopo aver ricevuto l’articolato rapporto redatto dai carabinieri del generale Roberto Riccardi, ha però interessato della complessa questione pure l’Avvocatura Distrettuale che si è costituita in giudizio nell’interesse dello Stato.

La statua tornerà in riva allo Stretto?

Tutto ora dipende dall’esito della causa civile. Nel 2018 le sezioni reggine di Italia Nostra, del Fai, dell’Anpi, dell’Associazione Amici del Museo e del Club di Territorio ne hanno pubblicamente invocato la restituzione. Ma senza successo. Aspetta con ansia il ritorno della scultura l’autore della scoperta: Filippo de Blasio di Palizzi. Per lui è davvero una questione d’affetto e di memoria familiare.

© Riproduzione riservata

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