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Federica Cappelletti: «La mia vita nel ricordo di mio marito Paolo Rossi»

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L’emozione su un volto scavato dal dolore: «La mia vita va avanti nel ricordo di mio marito». Federica Cappelletti è una donna forte. Dieci mesi fa la sua vita è stata sconvolta dalla morte di Paolo Rossi, il mito di Spagna ’82, l'azzurro che ha fatto sognare con i suoi gol milioni di italiani, l’uomo che aveva sposato e con il quale aveva avuto due splendide bambine. Da quel maledetto 9 dicembre dell’anno scorso la Cappelletti porta avanti una missione: «Vivere e sorridere per lui, seguire tutte le iniziative in sua memoria. È un modo per continuare a farlo vivere nel ricordo di chi gli ha voluto tanto bene». Federica non smette di girare l’Italia e il mondo: «Ci sono tante iniziative per lui, è il miglior modo di ricordarlo».
L’ultima in ordine di tempo a Messina: lo “Juventus Club John Charles” gli ha donato venerdì scorso il “Premio Mimmo Barbaro” alla memoria di un campione che con i suoi modi e la sua simpatia ha saputo conquistare anche chi non amava il calcio: «Paolo avrebbe partecipato con grande gioia a questa cerimonia – le parole di Federica Cappelletti con al fianco le figlie Sofia Elena e Maria Vittoria –. Amava la Sicilia, mi parlava spesso di questi luoghi. Avevamo anche trascorso qualche giorno di relax a Taormina, sempre così sorridente e solare sembrava lui stesso (che era nato a Prato, ndr) un uomo del Sud».
Già il Sud. Indimenticabile quella volta che Messina onorò la presenza di Paolo durante un’amichevole tra i giallorossi e il Lanerossi Vicenza: «Ricevette grande affetto, un’emozione per me e le mie figlie alloggiare nello stesso albergo in cui lui visse la vigilia di quella partita. Ogni luogo in cui Paolo ha lasciato il suo segno è speciale per me». Sul premio ricevuto in riva allo Stretto: «Questo è un riconoscimento importante che si aggiunge ai tanti ricevuti nell’ultimo periodo. Nessuno dimentica Paolo e questo mi aiuta ad alleviare il dolore».
Paolo è come se non fosse mai andato via: «I continui messaggi d’affetto che ricevo dicono questo. Lui era una persona speciale e sapeva entrare in punta di piedi nel cuore di tutti. Il suo sorriso e la sua bontà resteranno per sempre. Ed è per questo che porto avanti le iniziative che tanto amava: i giovani e l’essere sempre al fianco dei meno fortunati. Lui diceva sempre di essere stato fortunato e non mancava mai di aiutare i meno abbienti». Quella visita di Federica alla mensa dei poveri ha questo significato: «Paolo era il campione della porta accanto. Il suo sorriso era la sua forza. Non ha mai fatto pesare il suo essere famoso, l’umiltà l’ha contraddistinto fino all’ultimo giorno della sua vita. Questo è stato un grande insegnamento».

La Cappelletti ha in cantiere una serie di iniziative legate alla memoria di Paolo: «È iniziata da Trento la mostra itinerante: un viaggio nella vita di Paolo attraverso foto, cimeli e ricordi con l’ausilio della realtà virtuale che è stata una grande emozione. Voglio anche realizzare un museo con il suo nome. Il sogno è la produzione di un film o di una serie tv sulla sua vita». Tra gli obiettivi anche quello di riportare a casa la maglia numero 20 con la quale realizzò, il 5 luglio ’82 al “Sarrià” di Barcellona, la fantastica tripletta che stese il grande Brasile. Quello storico cimelio ce l’ha Juninho Fonseca, oggi 62enne, una riserva di quel Brasile guidato da Telè Santana. La storia racconta che Fonseca andò subito dopo la partita nello spogliatoio azzurro a chiedere una maglia; gli fu lanciata la 20 di Rossi e il brasiliano solo dopo un po’ si accorse cosa aveva tra le mani.
«Sono in contatto con lui – ha affermato la Cappelletti – e ci vuole un’ingente somma (si parla di 50mila euro, ndr) per riportarla in Italia. Grazie a un gruppo di amici sto cercando di riportarla laddove è giusto che stia».
Paolo Rossi era un uomo buono e anche dotato di spirito. Tra i tanti aneddoti ce n’è uno raccontato dal giornalista Enzo Bucchioni, prima firma dello sport de “La Nazione”, che ha accompagnato Federica Cappelletti e le figlie nella due-giorni di Messina: «Paolo rideva a crepapelle quando raccontava di quel giorno di qualche anno fa in Brasile quando, salito su un taxi, fu riconosciuto dall’autista solo a metà viaggio. “Ma lei è Paolo Rossi?”, gli disse. E lui, sorridendo: “Sì, sono proprio io”. Non impiegò molto il tassista ad accostarsi sulla destra e a invitare Paolo a scendere dalla macchina. Gli disse: “Non posso dimenticare cosa ha fatto a noi brasiliani”. Fu così che Pablito si ritrovò per strada, in aperta campagna. Ma il ricordo di quel giorno gli metteva il buonumore, perché era orgoglioso di essere per sempre l’uomo che aveva fatto piangere tutto il Brasile!».

 

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