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Autolesionismo, un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti

ROMA (ITALPRESS) – “Una forma di distruzione diretta e deliberata del proprio tessuto corporeo, in assenza di intenzioni letali e per ragioni non sanzionate socialmente”. Matthew Nock, psicologo clinico americano, ha definito così l’autolesionismo giovanile, un fenomeno che interessa sempre più adolescenti. Chi pratica l’autolesionismo “lede il proprio tessuto intenzionalmente paradossalmente per restare vivo, per

ROMA (ITALPRESS) - "Una forma di distruzione diretta e deliberata del proprio tessuto corporeo, in assenza di intenzioni letali e per ragioni non sanzionate socialmente". Matthew Nock, psicologo clinico americano, ha definito così l'autolesionismo giovanile, un fenomeno che interessa sempre più adolescenti. Chi pratica l'autolesionismo "lede il proprio tessuto intenzionalmente paradossalmente per restare vivo, per sentire quel dolore o per tradurre il dolore che sente emotivamente in dolore fisico, che in qualche modo lo distrae da quello mentale", ha spiegato Valentina Botta, psicologa, psicoterapeuta, dirigente comunicazione sanitaria Cepfas, che ne ha parlato in un servizio dell'Italpress dedicato al fenomeno dell'autolesionismo tra i ragazzi.
"L'ascolto - ha continuato Botta - è fondamentale. La prima cura è l'ascolto dei sintomi. Come ce ne accorgiamo? Cosa possiamo fare? Se vediamo che nostro figlio è particolarmente irritato quando apriamo la porta e lo possiamo cogliere nell'atto di cambiarsi, se usa maglie lunghe, braccialetti sui polsi, non si vuole fare vedere, ha spesso cambi di umore, a un certo punto muta il comportamento e diventa taciturno o ritirato, questi comportamenti non possono passare sotto la categoria dell'adolescenza, nè l'autolesionismo può essere considerato come una forma di richiesta di attenzione".
Un fenomeno conosciuto anche tra i ragazzi. "Ho avuto - ha raccontato una giovane - un'esperienza nella mia scuola: c'era una ragazza che ne soffriva e lo praticava durante la ricreazione o durante le lezioni".
Per un'altra giovane, "questo problema dovrebbe essere approfondito". "E' qualcosa che non si riesce a gestire da soli, di conseguenza non c'è altra soluzione che farsi aiutare", ha aggiunto un ragazzo.
"Purtroppo - ha affermato Botta - ancora non abbiamo lo psicologo di famiglia, che sarebbe opportuno avere in questo caso. Le strutture pubbliche di riferimento rappresentano il primo approdo, quindi la prima forma di rete. Anche la scuola - ha concluso - rappresenta un altro nodo di rete importante".

- foto Italpress -
(ITALPRESS).

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