Giovedì, 17 Ottobre 2019
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Il Codice a barre della vita aiuta le specie in pericolo

Scienza Tecnica
La tigre è uno degli animali a rischio d’estinzione (fonte: Taragui, WikimediaCommons)
© ANSA

Diventa portatile e aiiuta a tutelare gli animali in pericolo di estinzione il Codice a barre della vita, la tecnica che permette di identificare rapidamente una specie grazie a particolari sequenze di Dna proprio come lo scanner di un supermercato è in grado di distinguere due prodotti dal codice a barre. Il nuovo test è stato presentato nella conferenza internazionale sul Codice a barre della vita in corso in Sudafrica, nel Kruger National Park.

È un laboratorio portatile contenuto in una piccola scatola e permetterà di contrastare in modo più efficace il traffico illecito di specie minacciate di estinzione. Il nuovo test consentirà, infatti, di identificare i reperti sospetti in porti e aeroporti nell'arco di poche ore, contro i giorni necessari in precedenza per il testa. La sua sperimentazione è in programma in Sudafrica. “Questo kit migliora la nostra capacità di prenderci cura delle specie a rischio, fondamentali per la biodiversità degli ecosistemi”, ha spiegato Paul Hebert, il ricercatore caandese che nel 2003 ha proposto l’utilizzo della tecnica del Codice a barre della vita.

Questa tecnica è diventata in seguito un progetto internazionale che coinvolge numerosi enti di ricerca e che, nel giro di dieci anni, è riuscito a classificare circa 500.000 specie. Sono quasi 6.000 le specie animali e circa 30.000 quelle vegetali protette dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, firmata a Washington nel 1973 e alla quale aderiscono 182 Paesi, tra cui l’Italia.

 

Per la tutela di queste specie il Codice a barre della vita è ormai“uno strumento indispensabile. Uno dei nostri obiettivi - ha concluso Sujeevan Ratnasingham, che dirige il Centro di biodiversità genomica dell’Università di Guelph ed è tra gli ideatori del nuovo test  - è ridurre i costi delle analisi del Dna, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, che spesso non hanno risorse adeguate a contrastare il traffico delle specie a rischio”.

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