Lunedì, 09 Dicembre 2019
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In una pianta giapponese la molecola di lunga vita

Scienza Tecnica
La pianta Angelica keiskei koidzumi, dala quale sono estratte le nuova sostanze anti-invecchiamento (fonte: Pixabay)
© ANSA

Scoperta una nuova molecola anti-invecchiamento nelle foglie di una pianta molto comune in Giappone: in laboratorio ha dimostrato di allungare la vita di lievito, vermi, moscerini e cellule umane. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Communications, si deve ai ricercatori guidati da Frank Madeo, dell'università austriaca di Graz.

I ricercatori hanno analizzato le molecole antiossidanti presenti nelle foglie dell'angelica keiskei, una pianta da fiore della famiglia delle carote usata dalla medicina tradizionale asiatica per gli effetti benefici sulla salute, e hanno identificato un flavonoide che riduce il declino cellulare associato all'età. E' stato scoperto che la molecola attiva il meccanismo di riciclaggio cellulare scoperto dal biologo giapponese Yoshinori Ohsumi e che gli è valso il Nobel per la medicina del 2016.

Questo meccanismo, chiamato autofagia, rimuove e degrada i componenti cellulari danneggiati, come proteine e organelli, generando materia prima per costruire nuove molecole. Il cattivo funzionamento di questo meccanismo è all'origine sia di malattie molto diffuse, come infezioni, infiammazioni e tumori, sia di disturbi legati all'invecchiamento, a causa dell'accumulo di molecole tossiche nella cellula. Nei test di laboratorio la sostanza ha allungato la vita di lievito, vermi e moscerini della frutta di circa il 20% e ha ridotto il declino cellulare associato all'età nelle cellule umane in coltura.

La molecola è stata sperimentata anche nei topi con problemi al cuore, soggetti a riduzione del flusso sanguigno (ischemia miocardica prolungata), e il trattamento ha avuto l'effetto di proteggere i tessuti. Il risultato, secondo gli autori, conferma il ruolo dell'autofagia nella protezione delle cellule e rappresenta un passo nell'identificazione di terapie anti-invecchiamento. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per determinare se questa è una strategia promettente per prevenire il declino correlato all'età negli esseri umani.

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