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IL PREMIO

Nobel per la Letteratura a Annie Ernaux, uno sguardo che può cambiare il mondo

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La «profuga della società» che non smette di «vergognarsi per le disuguaglianze»

La sua «memoria di ragazza», con la bellezza e la paura del primo sguardo, Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura 2022, l’ha mantenuta intatta, custodita nella stanza della coscienza, la stessa di Hölderlin, Dickinson, Woolf, in cui fare esplorazione di se stessi e del mondo. E se ogni esistenza è un mondo, quella della grande scrittrice francese, filtrata nei suoi libri da un io narrativo fortemente lirico, che lei utilizza – dice – «come strumento di prospezione» è il «posto» in cui accomodarsi per perdersi e ritrovarsi.

Comincia proprio da «La place» (Il posto, 1983), il romanzo in cui la Ernaux mette in atto uno sguardo realista, l’operazione con la quale può guardarsi con distanza e interrogarsi sul ruolo della sua scrittura. «Dalla quale mi sento attraversata», ha detto al Salone del Libro di Torino 2022, dove ha ricevuto il Premio Autore Straniero, lei che nella sua vita ha sempre «avuto l’impressione di essere attraversata dagli altri». Un «fatto fisico, scrivere, concreto», ha spiegato davanti a un pubblico adorante, senza differenze di classe e di genere (le due grandi disuguaglianze di cui la Ernaux parla nei suoi libri): «Ho sempre l’impressione di essere qualcuno che scrive con la sua memoria grazie a ciò che vede; scrivere bisogna affinché qualcosa cominci ad esistere, affinché la scrittura produca qualcosa».

E dove lo sguardo del lettore non arriva ecco che Annie, parlando di vergogna, di sesso, d’amore, di senso di colpa e tradimento, di aborto, di rapporto con il cibo, di razzismi ordinari, di ingiustizia sociale e condizione di minorità, “fotografando” la famiglia e la società, viene verso di noi, magnete potente che ci cattura facendoci vedere di noi cose che non siamo capaci di vedere. Come in «Una donna», «Gli anni», «L’altra figlia», «La vergogna», «Memoria di ragazza» (per citarne alcuni), come nell’ultimo romanzo «Le jeune homme», apparso in Francia a maggio per Gallimard (in Italia i suoi romanzi sono pubblicati da L’Orma), il racconto della passione per un ragazzo di vent’anni, nel momento in cui lei era già una scrittrice cinquantenne. O come «Guarda le luci, amore mio», un’analisi socio-antropologica del centro commerciale (per un anno la scrittrice ha annotato le sue visite all’ipermercato Auchan di Clergy), tempio delle merci, del consumismo e della distinzione di genere, ma anche «luogo di accesso democratico e non escludente», al contrario di tante boutique inaccessibili.

Lei, che si è spesso definita «una profuga della società» per il percorso della sua vita, non smette di «vergognarsi» per le disuguaglianze che s’intrecciano percorrendo tutte le direzioni. «La prima diseguaglianza è già alla nascita, quando si ha un futuro bloccato, poi c’è quella tra uomo e donna in un mondo in cui il dominio maschile viene esercitato in modo invisibile».

Ecco perché l’istruzione è un elemento straordinario di emancipazione. Mai come oggi è stato possibile – dice – l’accesso al sapere, pur con i suoi limiti (differenze tra le varie gerarchie scolastiche, tra scuole e università proletarie e high school, esclusione dall’istruzione), ed è questo che le dà fiducia per il futuro dell’umanità.

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