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Inchiesta sulla 'ndrangheta, così le cosche hanno "invaso" la Val d'Aosta

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L'ex governatore della Valle d'Aosta, Antonio Fosson

«La 'ndrangheta in Valle d'Aosta? C'è da una vita». A parlare, non sapendo di essere intercettato dai carabinieri del Ros è un presunto boss di origine sanluchese della famiglia “Nirta”. Una famiglia quella dei Nirta originaria di San Luca che giunge sotto il Monte Bianco nel febbraio del 1956, quando un tale Antonio Nirta si trasferisce ad Aosta con tutta la famiglia. Il 21.12.1989 si stabilivano a Quart, in provincia di Aosta, dove tutt'ora risiede una parte della famiglia. I “Nirta” di Quart, diversi da quelli indagati nell'operazione “Geenna”, sono noti alle cronache giudiziarie perché più volte indagati per traffico internazionale di stupefacenti e truffe.

L'indagine Lenzuolo

Anche se in passato non è mai stata accertata giudizialmente la presenza della 'ndrangheta in Valle d'Aosta, già negli anni '70 e '80 venivano registrati, sul territorio valdostano, gravi fatti di reato, come omicidi ed estorsioni, maturati in contesti e realizzati con modalità tipiche della criminalità organizzata mafiosa calabrese. È con l'indagine “Lenzuolo” del 1998, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta dai Carabinieri di Aosta, che viene individuato un gruppo associativo (16 indagati) di tipo mafioso presente in Valle d'Aosta, quale articolazione delle cosche Iamonte e Facchineri. L'inchiesta si avvaleva dell'apporto collaborativo di tre “pentiti” che, già allora, rivelarono la presenza di un'associazione che, tra l'altro, sarebbe stata dedita «ad allacciare rapporti con il mondo politico locale» ed eventualmente «a pervaderlo anche con metodi intimidatori e forti pressioni».

Il “Minotauro”

Con l'operazione “Minotauro” sono svelate dalla Procura antimafia torinese le “locali di 'ndrangheta” presenti in Piemonte. Nel corso di una conversazione del maggio del 2010, il “capo locale” di Cuorgné e un affiliato indicano anche l'esistenza di un locale ad Aosta, ma dopo questa intercettazione non sono stati acquisiti elementi ulteriori sull'esistenza del “locale”, sulla sua composizione e sugli appartenenti, tanto che nella ricostruzione finale e nella formulazione dei capi di imputazione del processo “Minotauro” non c'è alcuna menzione di un “locale” in Valle.

Ecco “Gerbera”

In precedenza l'indagine “Gerbera” condotta dai ROS permetteva di individuare, negli anni 2006/09, un'organizzazione dedita al traffico internazionale di cocaina, con base operativa in Valle d'Aosta. Gli attori principali venivano indicati in «Domenico Nirta e Giuseppe Nirta cl.52, (non indagati in “Geenna” ndc.), i loro nipoti Di Donato F.A., Di Donato Roberto Alex.».

Un dato viene posto in evidenza nel corso delle indagini, da ultimo quelle confluite nell'operazione antimafia “Geenna”, eseguita nel gennaio scorso. Vale a dire che i soggetti ritenuti legati a vario titolo alla 'ndrangheta fin dagli anni '70, in quanto appartenenti a un vero e proprio locale nell'indagine "Lenzuolo", oppure perché collegati a cosche calabresi negli altri procedimenti più recenti, provenivano dal cosiddetto "Mandamento Tirrenico" e cioè dai Comuni di S. Giorgio Morgeto, Rosarno, Cittanova e rispettivi “locali di 'ndrangheta” lì presenti.

Dal Tirreno allo Ionio

Le indagini avviate nel 2014, oggetto del procedimento “Geenna”, hanno invece registrato sin dalle prime battute un elemento di novità: la presenza in Valle d'Aosta prima del defunto Giuseppe Nirta (cl. 65), poi del fratello Bruno Nirta (cl. 58) residente a San Luca. I fratelli Nirta sono originari di San Luca, dunque del “Mandamento Ionico” e sono ritenuti dagli investigatori «esponenti di spicco della cosca Nirta-Scalzone». Rispetto alla situazione ricostruita con l'indagine "Lenzuolo", quindi, i rapporti e i collegamenti con la casa madre calabrese sono mutati e il baricentro sembra essersi spostato dalla 'ndrangheta tirrenica a quella ionica e, in particolare, al locale di S. Luca. Ai vertici del locale, o quantomeno dell'articolazione delocalizzata, vi sarebbero i fratelli Di Donato, Marco Fabrizio e Roberto Alex, cugini dei fratelli Nirta. L'ipotesi accusatoria così prospettata trae origine dalle operazioni di intercettazione telefonica e ambientale avviate nel menzionato procedimento “Caccia Grossa”, coordinato dalla Procura Generale della Repubblica di Bologna, e inizialmente finalizzate alla localizzazione e cattura del latitante Rocco Mammoliti e del fratello Stefano Mammoliti ritenuti appartenenti alla consorteria di 'ndrangheta denominata “Mammoliti alias Fischiante” di San Luca.

Nell'ambito di tale attività venivano, in effetti, documentati incontri e riunioni tra esponenti della famiglia “Nirta” con soggetti valdostani di origine calabrese contigui alla 'ndrangheta, alcuni dei quali avevano dato prova essere vicini alle famiglie dei “Facchineri” di San Giorgio Morgeto.

Con l'indagine “Geenna” si contesta agli indagati l'esistenza di una struttura delocalizzata e territoriale della 'ndrangheta denominata “locale” «operativa sul territorio di Aosta e zone limitrofe e caratterizzato dalla presenza di appartenenti alle 'ndrine dei Di Donato, dei Nirta e dei Raso, con struttura organizzativa e ripartizione degli associati in ruoli di vertice e ruoli subordinati».

Ecco “Geenna” e la politica

Nel medesimo contesto investigativo gli inquirenti hanno ipotizzato che il controllo del territorio esercitato dalla compagine 'ndranghetista insediatasi in Valle d'Aosta si è manifestato anche attraverso l'inserimento e la partecipazione alla politica locale mediante condotte finalizzate a procacciare voti per determinati candidati a varie elezioni amministrative in un'ottica di restituzione di vantaggi diretti e indiretti nel settore dell'aggiudicazione di concessione e appalti pubblici. Nell'inchiesta “Geenna” si portano alla luce i rapporti intrattenuti tra soggetti vicini alle 'ndrine calabresi e candidati, almeno una poi eletta, nel contesto delle consultazioni elettorali del 10.05.2015 per il rinnovo del Consiglio comunale di Saint Pietre.

La scalata alla Regione

In un incontro del marzo del 2016, registrato dagli investigatori, i presenti illustrano quali saranno i passi da compiere nel futuro più prossimo, in vista delle elezioni regionali del 2018 per fare una prova di forza ed eleggere soggetti malleabili e a loro congeniali: «ma le prossime ... bisogna organizzare le regionali... adesso lì bisogna dimostrare... un colpo di forza... no... a portare... perché adesso c'è la rivalità è tra P… e L… adesso cosa dobbiamo valutare ... se portare a Ego .... o portare chi vuole il testone». In sintesi, secondo la magistratura antimafia, il programma criminoso consisteva nel continuare a fare infiltrare i sodali dell'organizzazione e i soggetti contigui alla stessa ed eletti con i voti convogliati dagli associati nei massimi organi istituzionali e politici della Valle d'Aosta. Lo scopo di tale progetto dei membri della “locale” «è chiaramente quello di prendere il potere e governare la Valle d'Aosta e, in ultima analisi, di favorire ditte e società legate o vicine all'organizzazione per ottenere lavori pubblici; in altri termini, controllare ampi settori della vita politica ed economica della Valle d'Aosta».

Il seguito è cronaca con l'indagine “Egomnia”, in latino “io sono ogni cosa”, che ha portato alle dimissioni dei vertici della Regione Valle d'Aosta.

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